venerdì 4 aprile 2014

DO YOU KNOW BERTINOTTI? UNA STORIA VALENCIANA

A me fa male Wes Anderson. Mi ha sempre fatto male. Mi ha dato un immagine distorta della vita.
In questa storia ci sono il romanticismo alla Wes Anderson, Valencia, il Vivident Xylit, Bertinotti Fausto e un quasi mio arresto.
Ma, fondamentalmente, è il racconto della passeggiata notturna più bella ed assurda della mia vita.

Guardo quella finestra al secondo piano da ubriaco.
Ah, che bello l'amore, che bello, la vita è meravigliosa, le rose sono in fiore e io sono davanti ad uno studentato dell'Università della Florida, proprio di fronte Torres Serranos, uno studentato megagalattico che spacca i culi a tutti gli studentati della penisola italica (no perché 'na volta ce so' pure entrato, Thanksgiving day, eh sfigati, voi l'avete mai fatta una festa del ringraziamento con degli ienchi? Io sì), alle 4 di notte, guardando una finestra chiusa, ma chiusa bene eh.

Aaaahh, sospirone.
Che bella l'America, che belle le americane. Che bello fare un serata così, parlando di noi, delle nostre vite, così diverse, ma così interessanti, guardandoci negli occhi, emozionandoci, confrontandoci sulle nostre storie di vita, sull'Italia, gli Iu-e-6, così, un po' brilli, un po' innamorati, dall'alcool, dalla vita, dalla giovinezza primavera di bellezza, come diceva nonnò.
E poi quel bacio, così appassionato, così bramato da entrambi, così magico, come questa notte autunnale valenciana.
Ah, se penso a queste ultime ore, ed io che guardo la finestra della mia futura moglie ammerrigana, futura madre dei miei sons, che mi ha sfidato e io m'a so' magnata, gnam.
Ah l'amore.

Ah, traduzione della serata appena passata per i non presenti in quella serata, ovvero tutto il mondo tranne me stesso:
incontro con americana per cui stavo sotto che cercava posto in cui fumare un narghilé, posto che solo io conoscevo;
trovato posto, il posto era chiuso. La faccio bere, spendendo tutta la borsa Erasmus nell'intento di farla ubriacare, non abbastanza a quanto pare;
entrato in un locale fighetto per farla contenta, con bottiglia di vodka (presa per il motivo di cui sopra) fatta entrare non so come (e vabbè le battute se sprecano a 'sto punto) e continuando a bere come non ci fosse una mañana;
accompagnata a casa, ovvero il suddetto fantasmagorico studentato floridese, con l'appoggio di tutte le amiche brutte americane che fomentavano l'accoppiamento tra di noi, giovani virgulti italo-americani;
Nun me guardà così, io ci ho provato
intortata per non farla subito scappare a casa, visto che lei era una mezza fricchettona democratica vegetariana maledetta, con argomenti come il Che, Fidel, la Crisi dei missili, Kennedy era una brava persona, no guarda il comunismo in Italia non è quello che pensi te come quello dell'Urss, io a Berlinguer ci voglio bene, Berlusconi fa schifo, ora c'è Bertinotti, do you know Fausto Bertinotti? (ora, io sfido a trovare una, e dico una sola, persona, che ci abbia mai provato con una tipa usando Fausto Bertinotti, per me, ad honorem, sono 96 minuti di applausi di fila).
La risposta è stata ovviamente no, le palpebre un po' ubriachelle un po' assonnate dicevano “ma te ne vai via di culo?”. Ergo, butto la lingua oltre l'ostacolo e le meno un ciuccione a sorpresa, con lei che ritraeva la testa all'indietro, non abbastanza ché c'era il muro dello studentato americano floridese fantasmagorico, anche il muro fantasmagorico ha 'sto studentato, sì.
Ri-ergo, dopo cinque secondi di bacio, sovviene e mi dice “no, non posso ciaociaociao buonanotte” e scappa dentro, a casa sua, la tro.. futura wife.
Io rimango lì imbambolato, più per la sbronza che per altro, ma mi piaceva pensare al fatto che sì daje sono innamorato e occhi a cuoricini e vacanze a Miami Beach a palle all'aria tutto a scrocco tutto pagato.
Erano i film di Wes Anderson che mi imponevano l'innamoramento.


Devo arrivare a Plaza Honduras, una bella scarpinata (Google Maps mi dice 3,9 km e 50 minuti a piedi e io dico minchia quanto ho camminato, visto che ho pure allungato).
Bene. Prima tappa, Pont de Fusta, un centinaio di metri, in slow motion, tipo Gwyneth Paltrow che scende dal bus nei Tenenbaum e Luke Wilson che te guarda, solo che io non sono Margot Tenenbaum e nun me fissa un cazzo de nessuno.
Inebriato, questo vero, dalla suggestione che in Erasmus devi vivere la conoscenza esotica dell'amore, il corteggiamento, l'innamoramento, lo scopamento.

Suggestione da Erasmus che, effettivamente ti fa vivere quel momento così, come unico nella vita, cioè per dire se passavo da ubriaco il Ponte Matteotti alle 4 di notte dopo aver preso un due di picche da una sboldra floridese me dicevo “ma porca troia per colpa de 'sta 'mbecille anche stasera seghe”. A Valencia no, a Valencia in Erasmus, e a ragione, sei felice, scemo ed inebriato.

Mi fermo a metà ponte, nelle orecchie questa canzone che posto qui sotto, che sento ogni giorno fino allo sfinimento.


Guardo il Turìa e penso: cazzo sei bella Valencia, stanotte poi.
Suona il cellulare. Sticazzi non rispondo.
Ah, l'amore.
Mi avvio alla cazzo di cane, senza meta, più o meno so la direzione, seguo la strada e vedo 'ndo mi porta il cuore.
Eh, 'ndo mi porta? Boh.
Cammino cammino e vedo palazzi e zone a me sconosciuti.
Arriva un messaggio:
A Frappa (soprannome dell'epoca) 'ndo cazzo stai. Se te stai a schioppà l'americana bella ppe' te, sennò viè a Pollo e Perolone (Calle Polo Y Perolon, via di locali erasmus, ribattezzata dalla cumpa simpaticamente così)
L'americana a quanto pare non me la sto schioppando, sarà sicuramente la madre americana dei miei figli italo-americani, ma no, a quanto pare no, non è qui con me in una via ics di Valencia a copulare selvaggiamente sospinta dall'amore.
Arrivo anche se non so 'ndo cazzo 'sto”.
Cazzo! Primado Reig! Questa via la conosco. Ce sono venuto ad un paio de feste. Ora, destra rotonda ancora destra Blasco Ibañez Polo Y Perolon. Ce l'ho fatta.

Ha-Ha-Ha-Hammarby!”
Sento cori da stadio in idioma a me ignoto.
Mi giro e vedo tre biondi di 2-metri-e-0-5 che, fomentati, e smanacciando a mò di coro della curva sud, mi si avvicinano.
Parlando in, poi lo scoprirò presto, svedese.
Sei di Stoccolma?
No, so' abbruzzes.
Do you know Abruzzo?
No.
Tra l'altro, una bellissima felpa
Vabbè, il nocciolo della questione è che pensano sia svedese per via di una felpa, comprata a Stoccolma, di una squadra di calcio, l'Hammarby (squadra sfigatissima, tipo uno svedese che va in Italia con la felpa del Chievo Verona e viene fermato a Catanzaro da tre ultras del Chievo).
Loro erano 3 dei 7 ultras totali dell'Hammarby.
Noooooo, sei un mito!!
Mi acchiappano e mi alzano dalle 'recchie tipo champions league e sono baci, abbracci, foto, selfies prima della moda selfie, gimme five all right, legen-wait for it-dary, genio, idolo, ti offriamo a bere, 'ndo vai, vieni con noi, andiamo a fregna, hai amiche meglio se italiane, ce le presenti, grande, idolo, tutta la notte coca e mignotte.
Sballottato da cotanto ingiustificato entusiasmo cerco di giustificare il mio stato emotivo “ma io so' innamorato, my future american wife of flo..”
Schiaffone in testa, grasse risate “mavatteneaffanculo!” (o almeno, me l'hanno detto in svedese, ma il senso penso fosse proprio quello).
Apposto, andiamo a Polo Y Perolon con gli amiconi ultras.
Avevano alcune birre, me le offrono, parliamo.
Il più silenzioso, o meglio, il meno esagitato dei 3, mi dice:
Sai, io sono famoso in Italia”.
Me lo guardo, con un misto di sufficienza e compatimento della mitomania.
Ah, bravo campione, sei forte!” (dentro di me pensavo: ma chi cazzo sei e perché famoso? Chi sei? Il cugino di Ibrahimovic?)
La fatidica frase che cambia le prospettive della serata, che mi ha permesso di conoscere il vip più vip della mia esistenza (e aggiungerei me cojoni che vip) è questa:
Ho fatto uno spot del Vivident Xylit, solo per il mercato italiano”.
Silenzio. Mi fermo. Lo squadro per alcuni secondi.
Mmma tutututu sei quello con i denti bianchissimi in Finlandia che je sparano nelle chiappe?” (detto in italiano)
Sì, sono io”.

                                                       Proprio lui

Si ripete la scena di cinque minuti prima, al contrario: mi butto addosso al malcapitato, urlando GEEEEENIOOOO!, cercando di buttarlo per terra e alzandogli le labbra per vedere se è vero che i denti dei finlandesi (in verità svedesi) sono bianchissimi.
In verità, in verità vi dico che nello spot c'erano effettoni speciali. I suoi denti erano normali, niente de che, bianchi ma non quel bianco fosforescente che al buio dovrebbe illuminare la via.
E quindi niente, il tipo del Vivident fa l'Erasmus con me, è svedese se non si era capito, studia boh, qualcosa, ha fatto quella pubblicità, interamente svedese, per caso, in quanto non attore professionista, la tipa dello spot a suo dire è una milfona e il fatto che l'ambientazione sia finlandese lo fa incazzare di brutto brutto eh.
Grande, non vedo l'ora di farlo conoscere a tutta la cumpa.
Arriva altro messaggio:
Aò, annamo ar Rastro che dovemo comprà du' bici. Raggiungici là. Ciaciacia.”

Il Rastro è quel mercato gestito per la maggior parte da zingari (gitanos), tecnicamente clandestino, che si fa il sabato notte a Valencia, di fianco lo Stadio Mestalla, pieno quartiere universitario.
Vendono di tutto: noi di casa abbiamo comprato ferro da stiro non funzionante, televisione 18 pollici non funzionante ed eravamo in trattativa per un frigorifero sicuramente non funzionante che però avrebbe dato un tocco chic all'ambiente domestico.
Il non plus ultra dell'offerta sono le bici rubate, di tutti i tipi, tutte le marche, tutti i colori, una marea di bici, mica il tossico che ti chiede per strada “oh, tipo, bici? Fumo? Keta? Hai spicci? Una sigaretta?”, nono, qui c'è professionalità.
Anni ed anni di sano mercato abusivo, che nessuno mai si sognerebbe di interrompere.
Fino a stanotte.

Arriviamo dopo circa venti minuti con i miei amici del cuore svedesi, il mercato è pieno ed in pieno fermento, come sempre.
Dei miei amici nemmeno l'ombra. Dove sono? Amiciii? Dai non mi fate gli scherzi che vi nascondete. Amici? Niente.
Mi giro e vedo gli svedesi buttati a pelle di leone su un gruppo di italiane che bevono in mezzo al piazzale e che guardano la mercanzia, non una metafora della mercanzia maschile, no, proprio quello che vendono i gitanos.
Provano ad attaccare bottone, con scarsissimi risultati.
Mi appropinquo alle tipe e esordisco con il solito ed inflazionato: “siete italiane?”
E loro con aria scocciata mi dicono che sì sono italiane in vacanza, di Barletta e che siamo il trentesimo gruppo di maschi non alfa infoiati che provano ad abbordarle. Poi io sono italiano, il che è peggio.
Il colpo di genio, in questo caso, è rivelare l'identità del noto attore di spot di chewing gum senza zucchero.
Ed è subito il Carnevale di Rio.
Le tipe impazziscono all'unisono, neanche andassi in giro con Brad Pitt, quello di Elisa di Rivombrosa che nemmeno mi ricordo il nome e Marco Borriello.
Oddio, moh, Rousa lo vedi? È proprio lui! Lo vedi! Mè è che emouzioune! Quando torniamo a Varletta lo dico a Pinuccia che quella mi schiatta d'invidia proprio!”.
Foto. Baci. Ammiccamenti vari.
Io ovviamente sono escluso, in quanto non attore di spot, dalla combriccola.
Il tipo sommerso (e non abituato, me sa) dall'affetto femminile italico, fa in tempo a dirmi “grazie! Grazie tanto! Non mi era mai successo! Grazie, grande! Ci vediamo settimana prossima alla Bodega Fila! Mi raccomando, ti offro a bere tutto quello che vuoi! Grazie graz..” e viene inghiottito dalle muliere sudiste.
(Non lo rivedrò mai più. Mai. Nemmeno per sbaglio).
Non so nemmeno il suo nome (e tutt'ora lo ignoro), ricordo solo le sue gengive e i suoi denti. Belli ppe' carità, ma non è che mi faccio mostrare le gengive da tutti i biondi simil-svedesi che studiano a Valencia.

Incontro, dunque, Amico Altissimo, unico amico della cumpa rimasto nella piazza.
E gli altri?”
Sono andati al pronto soccorso che la tua coinquilina è caduta all'indietro e si è spaccata la coccia”.
Dioboni.
Ennesimo messaggio sul cellulare:
Aò a Frappa, stamo ar pronto soccorso che 'a tu' coinqulina è caduta 'mbriaca all'indietro sbattendo la testa. N'te preoccupà, sta bene. Io stavo a parlà con una turbofregna svedese, ma ho dovuto accompagnare Coinquilina, mortacci sua!”
A quanto sembra, è la serata del gemellaggio sessuale Italia-Svezia, oltre che quella del gemellaggio (più che gemellaggio pare 'na parentela alla lontana), non sessuale, Italia-Usa.
Amico Altissimo mi convince a comprare una bici perché allora lui ne ha già una però la vuole cambiare quindi quella sua va a me e quella che compreremo va a lui. Insomma mi stupidisce di chiacchiere e accetto.
Andiamo, trattativa lampo, 20 euri e bici comprata.
Oh finalmente ho una bici anch'io, mi allontano dal piazzale fischiettando raindrops keep fallin on my head, direzione pronto soccorso.

Quando all'improvviso, rumore di sirene poliziesche, a tutto volume, 2/3 volanti più una macchina in borghese e mi ricordo pure la macchina, una Ford Mondeo grigia metalizzata.
Questa minchia di Ford Mondeo si dirige ad altissima velocità verso il sottoscritto, sottoscritto che guarda la scena a bocca aperta, come una baccalà, basito F4.



Il simpatico poliziotto (faccia di cazzo) frena ad un centimetro dal mio corpicione immobile a mò di statua di sale.
Deja la bicicleta!”
Lascio la bicicletta, la faccio cadere a peso morto per terra.
Cioè nonono, momento, momento, mooomento, momento.
Cioè fanno 'sto mercato da decenni, la polizia non se lo è mai inculato de pezza e quando fanno un retata, per altro molto spettacolare?
Due minuti dopo che io compro la bici.
(ancora oggi, pensando a quella scena, bestemmio in aramaico antico)
Il superpoliziotto mi prende sotto braccio e mi porta dai colleghi, cazziandomi neanche fossi un bimbone speciale che fa una marachella speciale:

Lo sai che non si rubano le bici?”
Sì ma io non l'ho rub...”
Potresti finire nei guai, lo sai?
L'ho comprata la bi...”
Di dove sei, eh? Rumeno? Tunisino? Marocchino?”
Abruz...”
Ora ti faccio passare io la voglia di rubare!”

Vabbò allor parla solo tu.
Fatto sta che, a fatica, riesco a spiegare che non sono un ladro seriale di bici e ferri da stiro e che quella bici l'ho comprata, senza scontrino e niente fattura, però non l'ho rubata.
Ok, 'ste cose non si fanno, le bici rubate non si comprano, non è così che gira l'economia, se non quella sommersa, in questo caso elettrodomestici e bici di contrabbando.
Ma, perdindirindio, proprio a me devono succedere 'sti fatti?
(I know, tipico discorso italiota scarica-barile, ma sul momento maledicevo il destino porco bastardo)
Mettono la bici, che tra le altre cose, non è destinata a me, sul camioncino carica bici e mi sfanculano, ammonendomi: “alla prossima volta non la passerai così liscia!”
Il Terrore della Maiella.
Torno da Amico Altissimo e decidiamo il da farsi.
Ma perché no, facciamoci prende per culo un altro po' dalla guardia civil.
Torniamo dalle guardie e imploriamo, tipo sceneggiata napoletana, di ridarci la bici.
Il Mariomerolismo applicato all'acquisto di contrabbando.
Al posto del film O'Zappatore, va ora in onda,

O'Ciclist.

Felicissima notte
a tutte 'sti signure in divisa
e a chesta cummitiva accussi allera
di poliziuotte scicche e gitane pittate
chest e' 'no mercato decoroso
tutte cu 'e divis di poliziuotte 'sti signure
e' i' ca so' sciso 'a coppa dall'Italia bella
senza cerca' o permesso compro i' pure
chi so che ve ne 'mporta
aggio araputa 'a porta del vostro cuore
e so' trasuto cca'
musica musicante (c'era un'orchestra di musicisti rom, per l'occasione)
fatevi mordo onore
stasera miezo a st'uommene aligante
abballa un ciclista senza biciclett'
no signore guardia
sentite a me nu ve mettite scuorno
io pe' ve fa' signore aggio pedalato
e sto' pedalando ancora notte e ghiuorno".

"ridaaaaaamm 'a biiiiiiiiiiiiciiiiiiiiiiiiii"


Di tutta risposta, la polizia, inizia a apostrofarci con Volare oh oh volare oh oh oh, italiannini, checazzzodicce (con inequivocabile gesticolare) e capuccinno.
Mancano solo un mandolino, una pizza, un piatto di pasta e Sofia Loren.
Degli stereotipi viventi.
Insistiamo, al che lo sbirro più cattivo (ché in questo caso ci sono lo sbirro quasi buono, quello che te pija ppe' culo, quello cattivo e quello più cattivo) sbrocca come i regazzini e ci minaccia nemmeno troppo velatamente.
MI AVETE ROTTO IL CAZZO! ORA MI DAI I DOCUMENTI! TI BECCHI UNA BELLA DENUNCIA!”
(da notare il passaggio da il VOI mi avete rotto il cazzo al TU ti prendi la denuncia)
Ehm, non ho i documenti”.
(mani in faccia della guardia, come per dire “ma chi cazzo è 'sto cojone, tutte a me capitano, ma non potevo fare il ragioniere come diceva mia madre?”)
vabbè dimmi il tuo nome”.

Non so perché, non mi chiedete il motivo, ma mi è venuto in mente questo nominativo:
Felice Mastronzo.
Nei cassetti della memoria arriva sempre il momento in cui devi fare i conti con le cazzate che ricordi, o spari a capocchia.
Felice Mastronzo, da quello che rimembro, era un ospite del Maurizio Costanzo Show, ospite proprio per quel motivo: il nome da scemo.
Ecco, io senza pensarci per una notte sono stato Felice Mastronzo, o, più semplicemente, per gli amici, Stronzo.
E vai di cavolate: nome padre? Calogero. Nome madre? Addolorata. Indirizzo? Calle de Esta Polla 23, e via dicendo.

Ovvio, mi volevano far cacare sotto, mica arrestare, ma resta il fatto che erano una banda di poliziotti mastronzi.
Mi ridanno foglio di denuncia, con i suddetti dati falsi (che posseggo ancora gelosamente attaccato al muro vicino alla laurea), e mi dicono:
se rivuoi la bici porta lo scontrino della bici al nostro deposito”.
Allor si scem.
Se ti ho appena detto che l'ho comprata qui.
Scuoto la testa e addio bici ciao.
Io e Amico Altissimo ce ne andiamo con le bici nel sacco.

Decido di tornare a casa mia, vicina comunque al luogo della più grande retata di elettrodomestici e bici rubate della storia della Penisola iberica.
Senonché, vedo a poche centinaia di metri dal focolare domestico, un mio amico riverso su un cespuglio, mezzo tramortito, l'Avvocato.

mpffmpfm aiut'm mpffmpf uuuuhhaaaaaaaa (vomita) pippiacer uà mannaccia 'a marosk, accompagn'm dalla mia ragazza a cui voglio tanto bene e a cui ho messo le corna solo quelle 7/8 volte nei cessi dei locali di tutta Valenci, ià piffavor uuuuuhaaaaaa (rivomita)”.

(era oramai consuetudine accompagnare quel povero cristo ubriaco, ché si ubriacava alla seconda birra, a casa della fidanzata. A volte, se non lo vedevo, o ubriaco o riverso vicino casa mia, mi preoccupavo. Ma seriamente.)

Sai, oggi ho coronato il mio sogno d'amore con l'american...”
Mavafangul! Chell è 'na puttana! Pucchiacchia, ma puttana. Siend a me, lascia perdere, scopa più che puoi, quante ne puoi, bionde, bulgare, bergamasche, i'cuopp' di tutte le nazionalità. Sennò che cazzo sei venuto a fa?!”
Ma tu non sei fidanzato?”
Sì, infatti per me è diverso, io lo dicevo per te.”

Dopo questi sottili ragionamenti, lo lascio nell'ascensore del palazzo della tipa, ripiegato su se stesso come uno Startac primo modello.

Arrivo finalmente a casa.
Con, in più, una speranza d'amore, un amico pseudo-vip, una falsa denuncia della guardia civil e una perla di saggezza sul senso di quest'anno d'Erasmus.

Che poi c'è un motivo se lo chiamano Orgasmus.
Ed ognuno lo vive come meglio crede, molti si sentono costretti ad essere il tipico erasmus superficiale e interessato alla fregna. Altri, la minoranza, no.
Ma, credo che il senso sia quello. Vivere un anno diverso dagli altri, cercando di ribaltare, oltre che più donne possibili, la visione che si ha di sé stesso. Non essere il solito io, ma uno migliore, brillante, ecc. Un io diverso, all'estero, per un periodo limitato di tempo.
Tanto la vacanza di un anno finisce e tu ritorni ad essere lo stesso sfigato di sempre (e che hai continuato ad essere in Erasmus, solo non ne eri consapevole).



(per la cronaca: la coinqui stava bene, era a casa con una borsa di ghiaccio sulla nuca e se magnava pane e nutella; ho controllato su Youtube se lo svedese del Vivident fosse effettivamente quello che millantava di essere. Era lui; l'americana mi ha scaricato subito dopo con una mail dal titolo “Io ti voglio bene, ma come amichetto”. Mortacci sua.)

martedì 18 febbraio 2014

GRETA

...esser stronzi è dono di pochi
farlo apposta è roba da idioti...”

Ho sempre pensato che per un rapporto profondo tra due persone, il porsi in una determinata maniera, lo scrivere cose memorabili, belle, passionali qualunque sia la passione in questione, fosse imprescindibile.
Eternità. La scrittura, in ogni formato, rimane, ogni tanto si rileggono cose passate, proprie o meno, per scandagliare il futuro.
È in parte vero.
Anni fa giudicavo i rapporti soprattutto per il grado d'elevazione poetica e sentimentale che davano: un po' come il suogno di Crozza/Briatore. Devi vivere il suogno del tuop del suogno negli occhi dell'altra persona (non in quelli di Ana Laura Ribas). 
Soffrivo, in un certo senso, chi non riusciva ad avere la mia stessa fissazione verso la scrittura, chi non seguiva la mia stessa lunghezza d'onda, chi non fissava, per l'appunto, per l'eternità, cartacea o webbesca, il mondo che merita di essere raccontato a chi vuoi bene.
Ho 30 anni, l'età giusta per (ri)valutare l'azione, la sostanza, il gesto giusto nel momento giusto, l'aiuto non richiesto, il sorriso perenne di gente che sta con te e non ti chiede nulla in cambio, che è a suo agio e si taglierebbe un braccio solo per vederti sereno, anche e soprattutto se non te lo scrive. Mai.
Meno Vasco Brondi, più Johnny Palomba (non so perché Johnny Palomba, me dà affidabilità).
Meno forma, più sostanza.
Che poi oh, mica vivo sulla Luna, i bei gesti, significativi, li ho fatti anch'io.
Ma paradossale che la mia reprimenda verso la forma sia sottoforma di scrittura.


Oggi c'è il sole, primo giorno in cui non piove, non c'è il vento, quello bruxellese demmerda, “la bore”, celeberrima per quel suo cacarti il cazzo e gelarti recchie, viso e mani.
Dopo l'ultimo, breve ed intenso sclero, chiudo la porta lentamente, non uno sguardo, non un ultimo ciao.
Scendo le scale, esco dal portone e, impostato il Maps sul cellulare che sennò chissà 'ndo vado a finire, da Ixelles mi dirigo verso St.Gilles.
Questa volta il fesso sono stato io.
Un rodimento di culo alla Martellone che se sveja dal coma va di pari passo con uno strano senso di liberazione.
Cioè, come dire meglio così, ma magari la prossima volta evito di farmi salire istinti omicidi.
E, come al solito, ammazza che tempismo demmerda.
Il sole non riscalda per una sega, ma mette di buon umore e mi fa vedere Bruxelles con una luce nuova, anzi con una luce.
Forse un presagio, fatto sta che mi vibra il cellulare, un messaggio in italiano da un numero belga.
Ciao sono Greta, la ragazza italiana che stamattina ti ha aiutato a trovare il taxi, volevo sapere solo se avevi poi trovato la tua amica. Spero tu stia bene e sereno. Tornerai a Bruxelles prossimamente? Buon viaggio, baci Grè.”

E cu minchia è Greta? La domanda si erge spontanea.

Cerco di ricordare la serata: dall'una alle 7,30 di mattina, con un paio (o forse più) ore di buco di memoria, causa sbronza clamorosa.
Allora: stare con gli altri in pista, taac ce l'ho; vagare come una trottola da un bancone all'altro, pisciato dai baristi (pure da loro) al grido di “la birra è nell'altra sala” (la serata era in un posto gigantesco, nemmeno le ho contate le sale), taac ce l'ho; fraternizzare con persone a caso, di nazionalità a caso, taac ce l'ho; incontrare un abruzzese che studiava a Bologna e che mi si para davanti urlando il mio nome (e che mi fa controllare se per caso avessi un cartellino alla Ok il prezzo è giusto col mio nome, visto che ci ho messo 10 secondi per riconoscerlo), taac ce l'ho.
L'abruzzesità, come il love, is in the air e sconfigge sempre il male. Certo, comunicavo tipo Sloth dei Goonies, ma vabbè, non si può essere ogni volta foneticamente impeccabile.


ggghuee sorbruesa!


Flash.
Mi ricordo in mezzo alla pista di una tipa che mi placca, sussurrandomi in un orecchio “ciao, lo so che sei italiano, hai mica della droga?”, al che rispondo senza nemmeno pensarci “avrei tanto voluta averla”.
Lei, senza motivo, mi ringrazia, mi accarezza il faccino e mi bacia in bocca con un zinzinello di lingua. Il tempo di accorgermi che dovevo usare la “pierinesca” lingua a cavatappi, e lei si era già allontanata, facendo ciao con la manina.
Imbambolato dall'alcool, rimango fermo e basito.
Chi è che usa ancora la parola droga? Che tipo diddroga vuoi? MD, ketamina, marijuana, du' cartoni? Chi è? La nipote di Giovanardi?
Tutti se ne vanno, colei che ha subito il mio susseguente sclero, a quanto pare era sparita, credo con Mbumba il culturista gibutiano e Carlos lo spogliarellista portoricano e io, all'alba e a 2 ore a piedi da dove dormivo ero, diciamo, un po' spaesato, oltre che incazzato come Vittorio Sgarbi impegnato in un'amabile discussione con Alessandra Mussolini.
Saranno state le 6,30/7 del mattino, entravo ed uscivo dal locale. Dopo essermi definitivamente fracassato i coglioni, decido l'impresa: a piedi fino alla meta.
Faccio 200 metri, fondamentalmente un giro girotondo del locale, e l'impresa cambia: in taxi fino alla meta (e meno male che du'soldi li avevo). Oppure, opzione B, il vagabondaggio ramingo e disperatissimo nella periferia bruxellese.
Ma di taxi nemmeno l'ombra.

Ed è qui, che il ricordo illuminante arriva prepotente.

Mi siedo fuori il locale, ancora visibilmente ubriazzato (ovvero 'mbriaco e 'ncazzato).
Avessi avuto un cane di nome Kira, mi avrebbero scambiato per un punkabbestia terrone vissuto 10 anni in un posto occupato in Spagna.
Purtroppo, nessuno mi vede, nessuno mi dà due spicci messi male.
Chiudo gli occhi e appoggio la testa al muro.
- Ciao italiano!
Una ragazza si avvicina e mi si siede di fianco.
- ma bbb mmm. Farfuglio, sorpreso, dio solo sa che cosa.
- Sono la tipa di prima, ricordi? Greta, piacere.
Ed è pure carina, diodelladroga.
Mi chiede cosa sia successo, e vabbè io racconto, risparmiando i particolari più tragicomici della mia serata.
- Sfigato. Rideva.
- Dai ti chiamo un taxi, così puoi far rissa con calma.
- Hai usato un ossimoro.
- Un ossi-che?
- Niente.
Era con alcune amiche, va da loro, chiama il tassì, poi torna.
- Aspetto con te.
Siamo stati 5 minuti in silenzio, seduti ad aspettare. Io sempre appoggiato al muro ad occhi chiusi. Lei boh, avevo gli occhi chiusi.
- Sveglia! Oh il taxi!
Cazzo, mi ero pure addormentato.
Sciao morb'diss'mi!
Arriva quello che diventerà il mio grandissimo amico, Khaled, il tassista maghrebino esperto in problemi di cuore. Il Marco Predolin arabo. 
- Allora ciao, torna sano e salvo.
Mi bacia, mi sorride e se ne va verso le amichette, come abbia poi avuto il mio numero non me lo so ancora spiegare (ma, evidentemente, gliel'ho dato io).
Il viaggio con Khaled (e il punto interrogativo su in quale lingua abbiamo comunicato) ha raggiunto vette intellettuali di primissimo piano: il nostro accordo sul fine e delicatissimo pensamento de “li femm'n è tutt puttan” (ovviamente non lo penso, care amiche, ma è capibile che a caldo si dicano castronerie) meriterebbe una ricerca di dottorato.

Il rodimento di culo poi ha offuscato Greta.
Fino ad ora, ora che mi trovo quasi a St.Gilles dal mio amico (vero) che mi ospiterà l'ultimo giorno.

Che senso ha avuto questa serata?
C'è la forma e c'è la sostanza.
C'è chi ti conosce e parla, parla, parla bene, scrive meglio, e lo fa tanto per fare, ma non agisce o lo fa in maniera inquietante.
C'è chi non ti conosce, ti aiuta così, senza secondi fini, e senza motivo ti vuole bene, anche solo per 20 minuti.
La fiducia nell'umanità.
La banalità del bene.

Ovvero, li chiacchjr si li port lu vent (le chiacchiere se le porta il vento) e se si chiude una porta, si aprirà un portone.
La mia porta chiusa non era una porta “canonica”, bensì una di quelle porte girevoli degli hotel, che ti fa entrare ma potrebbe risputarti fuori in qualsiasi momento.
La differenza è che questa porta non era di un edificio vero, ma di una facciata bidimensionale, di cartapesta: entri, non vi è nulla dentro, ne vieni sputato fuori.
E, sicuramente, Greta non è proprio il portone che si aprirà, ma, anche se dice droga e non sa cosa sia un ossimoro, rappresenta il simbolo di quello che, innatamente possiamo fare per l'altro. A maggior ragione, per chi si vuole bene.
Un sintomo, insomma, dei prossimi portoni.
La sostanza, l'azione che supera l'ipocrisia che le fa da contraltare.

Penso a questo weekend, penso che mia nonna sapeva 'na freca di proverbi, e mi avrebbe detto che non tutti i mali vengono per nuocere.
Dal letame nascono i fior e dalla testadicazzagine, dalle incazzature e dal sentirsi preso per culo nascono gentilezza, empatia (mi sa che si nota che mi piace la parola empatia) e perché no, in una determinata declinazione, amore.

Arrivo a casa del mio amico.
Apre:
- Efess, tand lo sapevi già come andava a finire.
- In parte sì.
- Seee in parte, entr pingò.




mercoledì 1 gennaio 2014

CARLO CONTI LIBERO

Febbraio 2013
Oh allò a capodanno? Hai fatto il menu del cenone?
Giugno 2013
Hai deciso che fai a capodanno? Ho 'sta dritta da paura zì.   
Ottobre 2013
Capodanno: idee? Se potrebbe andare in montagna.
Dicembre 2013
Quindi vieni qui a Capodanno? Dai ti aspetto ciaciacia.






La domanda più inflazionata del millennio, e non dubito che Studio Aperto ci abbia alzato un centinaio di servizi su, è allo stesso tempo la domanda più cacante il cazzo del millennio.
Per aggirare la questione, quest'anno mi sono trincerato su risposte vaghe ed evasive del tipo: boh non lo so, boh che me ne frega, boh è ancora presto, boh ci penserò forse in seguito, boh cos'è capodanno, boh capodanno chi?, boh non sono mai stato a Capo Danno la Norvegia è fredda in questo periodo.
Ho così introiettato queste massime che per quest'ultimo capodanno ho deciso, dopo decenni, di non fare una beneamata minchia.
Così, per essere contro (anche se non so contro chi. San Silvestro? Il calendario gregoriano? Il trenino di Buona Domenica? La lobby degli spumanti e dei raudi? Ci devo pensare), ma più che altro per una questione scaramantica. Iniziare il nuovo anno al minimo, all'insegna del basso profilo, per poi salire di livello. O almeno mi ancoro a questo pensiero positivo.
Ché c'è bisogno di svolte, gud vaibrescion, ma soprattutto senza giri di parole ci vò lu cul (trad: vi vuole tanta tanta fortuna, da andare a prendere, chiaro).

Ergo, sto a casa, mangio e dormo. RIGOROSAMENTE PRIMA DELLA MEZZANOTTE.
Buonanotte 2013.



Sono dietro un palco, all'interno di un capannone. Cosa c'è dall'altra parte? Una dancehall? Sì, me pare de sì. Daje, ma 'ndo sto? Mi trovo in una specie di privé, è abbastanza buio, anche se ora c'è più luce.
Scorgo due figure che si avvicinano chiamandomi e sbracciandosi a più non posso: Carlo Conti (grazie al cazzo che non lo vedevo, è più abbronzato di Mister Obama) e l'altro con i capelli alla Casaleggio bianchi e gli occhialini? Ma... c...chi...
Inizio a balbettare perché quella che si para davanti a me è un'immagine agghiacciante: Paolo Fox acchittato da Rob Brezsny.
Bella Tib, abbraccio caloroso e cinque alla Willy il Principe di Bel-Air con Jazz putum tschiiiiiiii. Rimango allibito. Fermo.
Big Up, Marcho Killah!
Oh 'mbecille che tocca a noi dobbiamo salire sul palco. Controllo il cellulare. Sono le 23.30 del 31 dicembre.
Entriamo nel main stage: una folla sterminata e fomentata è pronta per l'esibizione. Il vocalist chiama il pubblico EEEEEEEEEEEE ORAAAAA UN URLOOO PER MAAARCEEELLOOOO DI ANTONIO E MARCELLO KIIIIILAAAHHHHHH!!!!!
Pubblico in delirio. Marcello di Antonio e Marcello Killah. Se è un incubo me vojo svegliare ora, mo proprio. La musica inizia a (s)pompare, arditi remix che vanno da Tony Renis a Peppino Di Capri mischiati a pezzi di Vybz Kartel e Buju Banton infiammano l'arena.
Entrano pure le Dancehall Queen: Mara Maionchi, Lucia Annunziata e Suor Paola.
Sono paralizzato in un angolo, tra gli scatenatissimi Carlo Conti e Paolo Brezsny Fox.
A circa 15 minuti dall'inizio del nuovo anno, se zittisce la musica e, di conseguenza, lo scempio che stava avvenendo su quel maledettissimo palco: ce stanno le previsioni de Paolo Rob Brezsny Fox, segno per segno.

Ariete: anni fa, durante una puntata di Mi Manda Raitre, Marrazzo smascherò una truffa da parte dei numeri a pagamento 144. Anche voi, cari arietini, potreste seguire il suo esempio: occhio a chi vi vuole raggirare. Occhio a chi vi chiama con l'addebito. Soprattutto se quel qualcuno è un trans.
Toro: “Ciiirooo Ciiiroooo oddio Ciiroooo!”, proferì Sandra Milo. “Oddio ma che sta all'ospedale? Cirooo cirooooo!”. Anche se non sei figlio di Sandra Milo, anche se non hai la patente, Toro, occhio ad andare in macchina con qualcuno chiamato Ciro.
Gemelli: Secondo il grande compositore e presentatore Amadeus, “quando vieni ad un quiz televisivo, per rispetto del pubblico, devi rispondere in maniera seria e pertinente”. Penso che se tu voglia essere considerato una personcina a modino, non devi fare lo stronzo e dare risposte a capocchia, caro gemellinoinoino.
Cancro: nel capolavoro Don Matteo, Terence Hill risolve, in un tranquillo paesino dell'Umbria, circa 300 casi di efferati omicidi. Faresti bene a prendere spunto da Don, Cancerino. Se ti chiedono di trasferirti a Gubbio rispondi: col cazzo.
Leone: il filosofo nichilista Luca Giurato ha inanellato, durante la sua carriera, una serie de figurademmerda che guarda. Ha sempre ignorato i critici perché pensava che non capissero il suo forbito italiano abbastanza da esprimere giudizi intelligenti. Ma era disposto ad ascoltare il parere di una sola persona: Mara Venier.
Anche voi, leonciuini, fate come Luchetto: se siete imbecilli fateve aiutare da Mara Venier.
Vergine: Scommettiamo Che ha reso dei perfetti deficienti, compreso il presentatore Fabrizio Frizzi, geni per una notte. Quindi, caro Vergine, se riconosci marca e modello di lavatrice dal semplice suono della centrifuga non disperare. Una notte troverai uno più sociopatico di te che ti dirà: genio!
Bilancia: “non posso vivere senza calcio”. Così avrebbe voluto dichiarare Antonella Clerici. Peccato che disse “non posso vivere senza cazzo”. Bilancia, bilancia bene le parole, ché la linea tra l'essere amanti dello sport e l'essere porcelli è sottile. Soprattutto se viene varcata in diretta tv.
Scorpione: Baudelaire sosteneva che “la magrezza è più nuda, più indecente della grassezza”. Caro Scorpione, devi sapere che Giampiero Galeazzi e Bud Spencer, prima di diventare dei ciccioni fan degli aforismi di Baudelaire, erano olimpionici. Pensaci, quest'anno, quando mangi e t'ingozzi. Soprattutto se progetti un futuro olimpico.
Sagittario: “una parola è troppa, due sono poche”. Questo utile consiglio lo dà Nonno Libero in un Medico in Famiglia. Ma, sagittarino, ti consiglio anche di utilizzare un altro prezioso consiglio di Lino Banfi: un, due, tre, che me ne frega a me. Quindi, prova a pronunciare una parola e mezza e sticazzi del resto. Ma non prenderti a schiaffi in testa.
Capricorno: ho sognato che recitavi in un Posto al Sole e tu eri uno di quei napoletani a caso che fanno un Posto al Sole, ma non ti trovavi Napoli, bensì a Cuneo. Ti sentivi fuori luogo ché a Cuneo ci va solo tuo zio a fare il militare. Quindi, a meno che tu non vada a trovare lo zio militare, evita di trovarti fuori luogo e non parlare napoletano a Cuneo. O cuneese a Napoli.
Acquario: acquariuccio, un tempo Milly Carlucci era famosa solo per essere la sorella delle altre due Carlucci. Ora una Carlucci è dispersa, l'altra è finita nella crew di Silvio. Mentre Millona è ancora lì, sulla cresta dell'onda, a far ballare pseudo-personaggi famosi obesi e cocainomani. Quest'anno è un anno/carlucci e oscurerete i vostri fratelli/sorelle. O, male che va, due coppini sui denti non glieli levano nessuno.
Pesci: Mal comune, Pippo Baudo, caro pesciolino.






















Finite le mirabolanti previsioni, intervallate da effetti sonori di spari, trombette, urla e urletti, è il momento del conto alla rovescia.
Ma, a sorpresa, Carlone Conti se rifiuta.
"Prima de fà er conto alla rovescia, pregamo"
Non lo voglio fa, no il countdown me fa schifo 'un lo faccio, non mi rompete le palle, ognuno se lo faccia da solo. Eh? Da dietro sento un pizzicotto sulla chiappa, che non significa che me so svegliato, ma che semplicemente quella birichina di Mara Maionchi richiama la mia attenzione, dicendomi: a Tibbé vacce a parlà te co 'sto fijo de 'na mignotta.
Vabbè, cercherò di farlo ragionare: Carlè ascoltami, se non lo fai tu chi lo fa? Suor Paola? Quella je fa dì il rosario a tutti, daje essù fai il bravo.
Niente, impugna il microfono, fuori di sé, strillando: IL CAPODANNO È UNA MERDA! IL CONTO ALLA ROVESCIA È UNA MERDA! NON MI FARÒ MAI PIÙ UNA LAMPADA! PANARIELLO E PIERACCIONI SO' DU' MERD... viene, non prontamente, portato via dal servizio d'ordine, ancora visibilmente su di giri.
Rimango solo io vicino al microfono, mancano 30 secondi e qualcuno dovrà pur conteggiare rovesciando: mi guardo indietro, cenni d'approvazione da parte di tutti e occhiolino languido di Lucia Annunziata (occhiolino (?!) ).
Sono pronto.
Meno 10, 9, 8 , 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1...


"Fai gome se di avessi faddo l'ogghiolino"


Mi sveglio, sudato, urlando CARLO CONTI LIBERO!
Buongiorno 2014. Bel risveglio di merda.

Da questo primo incubo dell'anno che verrà, ho capito due cose:

1- è l'ultimo volta che rimango a casa il 31 dicembre;
2- è l'ultima volta che mangio pesante il 31 dicembre.



Free Carlo Conti

mercoledì 25 dicembre 2013

COME PASSI IL NATALE?

La (s)fortuna di avere una Mammuzza maestra è quella che ti conserva tutti i quaderni di scuola, dal primo anno di asilo fino all'ultimo anno di superiori.
In uno di questi, ho scovato questo compitino. Correva l'anno boh 1993 o 1994.

Compito: come passi il Natale?
Svolgimento

A la casa mia il Natale è una cosa seria e un impegno fisico che ti struppìa.
Mi sveglio la mattina, vedo che cosa mi ha portato Babbo Natale anche se so che Babbo Natale non esiste. Questo anno mi ha portato un giochetto del calcio per il Mega Drive che mi piace molto giocarci. Appena scarto il regalo io ci voglio giocare ma mia madre mi prende per una recchia e mi costringe ad andare a messa con lei e papà.
Per fortuna andiamo all'ultima messa della mattina, perché don celeste ha fretta e vuole mangiare pure lui, quindi ci mette venti minuti. Io nemmeno riesco a dire agnello di dio che togli i peccati del mondo perché va troppo veloce. Meglio così che sennò mi annoio.
Di solito andiamo a mangiare dalla mia zia sardagnola con molti altri zii, ognuno dei quali ha tanti figli, e questi figli hanno tanti fidanzate o fidanzati o amici o gente che io non ho mai visto ma che mi riconosce dicendo tu sei il piccolino della casa, e io penso come fa a conoscermi che ne so, quindi siamo quasi trenta persone. A volte è fregno perché viene pure gente straniera, ma propria straniera che non è italiana, tipo dell'Australia, dell'Argentina, del Belgio e io penso che è bello che così conosco gente di altri paesi che non ho mai visto.
Appena arrivo lì, ci sta il mio zio quello che è appena tornato dall'Australia che mi chiama fischietto che fa un sacco di bordello, strilla a tutti che dobbiamo fare l'aperitivo. Io non so nemmeno cos'è l'aperitivo, penso tipo che bevono tutti lo spumante e brindano. Mia madre dice che devo dare gli auguri e due bacetti a tutti ma a me mi fa un po schifo e mi vergogno pure.
Io mi siedo vicino alle mie due cugine della mia età e mangiamo il brodo con il cardone, l'uovo e le pallotte di carne macinata, poi il timballo che fa mia madre che ci piace a tutti quanti poi i tortellini, poi l'agnello con le patate, il polpettone e le verdure che io non voglio mangiare ma poi arriva o mia zia o mia madre e mi tirano un coppino sullo scozzetto e io zitto e mangio. A me piace il pollo fritto che fa la mia zia che è appena tornata dall'Australia, ha la farina speciale fatta apposta, dice che una volta la hanno fermata i doganieri e pensavano che aveva la droga e mia zia ha detto ma che v'avet mpazzit quess è la farin.
Di solito a pranzo si parla o di pallone o di politica.
Se parliamo di pallone diciamo male alla juventus, sennò prendiamo in giro il cagliari perché mio zio ci si arrabbia e noi lo facciamo apposta.
Se i grandi parlano di politica allora mio papà si incazza con tutti quelli che dicono bene a berlusconi, inizia a strillare e a dire che non gli devono votare che quello è un ladro, ci frega i soldi e che deve stare in galera e a chi dice che berlusconi è bravo risponde che è un berluschino.
Ajò Zia!
Io e gli altri miei cugini ridiamo perché ci si arrabbia troppo, urla, sbraita e dice nooooooo allora nin zi capit niend poi interviene mia zia a cui io rifaccio la parlata, tipo quello di mai dire gol, nico il sardo, che gli dice tommaso calmati e mio padre dice eh vabbone e si calma.
Poi devo dire la poesia di Natale a campanella e gli zii mi danno 10000 lire e anche se sono oramai un ometto la dico lo stesso così poi con i soldi mi posso comprare il mammoccio dei cavalieri dello zodiaco.
Una volta è venuto un vucumprà e mia zia gli ha detto vieni a mangiare con noi. Quello si è seduto e ha mangiato ma non capiva una parola. Mio zio ha chiesto scus di ddò è e gli hanno detto Umbè è della Nigeria e lui ha detto Imperia? Allora gli ha parlato due ore in dialetto pescarese e quello faceva si si con la testa ma secondo me non capiva niente, poverino. Comunque era felice di poter mangiare con tante persone, pure se stava lì come un baccalà.
Quando finiamo di mangiare i vecchi giocano a ramino. Sembrano quelli dei film western che si guardano senza dire una parola, poi una dice ho chiuso! E l'altro zio dice Terè ma vaffangul e ridono come scemi.
A me fanno giocare al Mega Drive anche perché sono forte. A sensible soccer vinco sempre ma quando gioco con mio fratello lui mi minaccia perché è cascettone e mi dice che se segno poi a casa mi prende a mazzate e io arrivo davanti alla porta e poi torno indietro, così non mi vatte come un sale.
Poi giocano ai giochi di società o a subbuteo ma io sono troppo piccolo e non mi fanno ancora giocare. Guardo e rido degli altri che ridono e si prendono in giro. Giocano a Risiko, Shogun, quel gioco che ha inventato mio cugino che ha rifatto il giro d'italia, oppure ai giochi che devono ammazzare i mostri.
Poi il pomeriggio viene gente che viene a fare gli auguri, poi mangiamo i bocconotti e i parrozzini e le mie zie riiniziano a cucinare per la sera. Una volta una zia ha bruciato i facioli che stavano al camino e mio zio si è arrabbiato e ha strillato Marì j mi ni vaj a lu ristorant li faciul ni mi l'adiv brucià e noi facciamo l'imitazione perché c'erano tante cose da mangiare ma mio zio voleva solo i facioli.
Poi giochiamo a tombola, ma però ci mettiamo tanto tempo per una partita perché mio padre ogni numero dice 77 le gambe delle donne, 90 la paura e 69 gnè li mitt li mitt e tutti ridono, poi ci stanno qualche zio e qualche zia che non sente e ci vuole l'amplifon quindi strillano tutti e allora dicono strillate j ni capisc nind cacciate fuori la voce e chiedono è uscito il 57 no e non è ancora uscito e non si capisce nulla. Quindi chi fa tombola poi magari non lo fa tombola.


"Oddì chi num'r avit dett lu sessandun? non lu sittandun"


Poi c'è la messa del pomeriggio e le zie costringono chi non è andato la mattina ad andare. Io per fortuna ci sono stato e mi posso fare lo svelto con chi non ci è andato come la mia cuginetta. Chi prova a non andarci prende il cazziatone insieme di mia madre e le mie zie che dicono che festa è natale tu non vai a scuola ed è vacanza e quindi devi andare a messa per forza, sennò gesu bambino piange.
Poi rimangiamo come gli scroffelloni, mia madre dice oddì mi devo mettere a dieta ma tanto poi so che non lo fa e io e gli altri mangiamo veloce che dobbiamo giocare al mega drive, poi i grandi si mettono a giocare a poker e fumano come i turchi, si giocano i soldi e di solito vengono gli amici dei miei cugini e vincono. Quindi i miei cugini e mio fratello dicono cullù ni li chiamem cchiù e poi puntualmente lo richiamano. Io guardo ma non mi piace tanto, mi leggo i topolini o i dylan dog di mia cugina dove ci stanno i mostri che tagliano la coccia alla gente, quindi mi inizia a gabbare il sonno e mia madre mi dice arivì a casa ma io le dico che aspetto mio fratello e lei dice che per massera va bene.
A me il Natale piace perché posso fare tardi la notte per un giorno.
A me il Natale piace perché tutta la famiglia sta insieme e scherziamo e giochiamo sempre, grandi e bambini. Tutti ci dimentichiamo di tutto e vedo i parenti che vedo poco durante l'anno.
Io spero che dura ancora tanti anni perché il tempo sembra che non passa a Natale. Pure quando divento grande e gli altri che ora sono grandi diventano vecchi.”


Il mio concetto del giorno di Natale è sempre stato questo.
Il rifugio di una Grande Famiglia, a volte allargata, a volte un po' più stretta.
Ma, da sempre, una Vera Famiglia.

Che ha la necessità di viversi un intero giorno all'anno.

lunedì 25 novembre 2013

PARTENZE

Non lasciarti sgomentare dagli addii. Un addio è necessario prima che ci si possa ritrovare. E il ritrovarsi dopo momenti o esistenze, è certo per coloro che sono amici.”
Richard Bach



Avevo un frigo con tante calamite, di tante città diverse, comprate da tanti diversi coinquilini che erano stati nelle tante città diverse per vacanza, amore, piacere, Erasmus (quindi scopare).

Un giorno, il giorno di ordinaria follia, chiusi gli occhi e ne estrassi una.
La calamita, secondo la sua propria natura, mi avrebbe “attratto” da qualche altra parte.
Australia.
Minchia troppo lontano.
Ne riestrassi un'altra.
Australia.
Ma quante calamite dell'Australia ci sono? Due su quaranta. Delfino Destino?
Vabbè ritento, pensai.
Kazakistan.
Me sa va bene Australia và, dall'altra parte del Mondo e con lo scarico che scarica al contrario.

Dovevo scappare, dovevo provarci e avevo paura di farlo.
La mia vita scorreva barcamenandomi da una precarietà all'altra: lavoricchiavo, amavo e odiavo, vedevo gli stessi luoghi, le stesse persone e abitavo oramai da anni in un casa che aveva le sembianze di una fermata di un bus.
La casa era la fermata e il bus un'altra meta.
Tutti lo prendevano in orario tranne me.

Mi cacavo sotto solo all'idea.
Allora perché lo faccio? Per necessità, voglia di stabilità, spirito d'avventura?
Per paura, pura paura.
Ché, arrivato a 30 anni e più, l'asticella, in mancanza d'altro, bisogna pur alzarla.
E ricominciare da zero per qualcuno è da stimolo e fomento, per me è solo terrore dell'ignoto, del non capire una parola (visto che il mio inglese è a livello Aldo Biscardi).
Ma, si sa, da denghiu nasce thank you e poi anche i più fessi ce la fanno, perché io non dovrei?

Lessi da qualche parte che la paura serve per essere esorcizzata, sconfitta.
D'accordo in parte, se una paura la sconfiggi, ne arriva subito un'altra: per esempio, e spero sia il mio caso, quella di tornare.
Ho solo bisogno di cambiare paura. Di poterne gestire un'altra, di un'altra sfida cacante sotto.
E poi, diciamocelo, fa figo dire “mollo tutto e vado in Australia”.
Nel mio caso no. Nel mio caso mi sento in colpa di non aver trovato l'Australia in Italia, di dover abbandonare affetti, abitudini sociali, gastronomiche, economiche; e poi c'è la routine puttana, che odio e di cui nello stesso tempo non posso fare a meno. Se non altro perché la conosco.

Ora sono in aeroporto.
Aspetto la chiamata del mio volo di duemila ore con 4 scali incorporati.
Nei giorni scorsi ho salutato tutti, ho festeggiato l'addio, o dato l'addio ai festeggiamenti, non l'ho ancora capito.
Appuntamenti su Skype e su Whatsapp e “dai che sto un annetto e poi torno”, che cosa è un anno se non un apostrofo rosa tra le parole chi cazzo e me l'ha fatto fare.

Non so dove dormirò (sì, in ostello per i primi giorni, ma poi), non so di cosa camperò, non so chi conoscerò, non so cosa farfuglierò, non so nemmeno dove mi stabilirò. E se poi mi trovo male, e se poi me ne pento?
Dai andrà bene su su, ho tanti contatti di amici di amici di non amici di conoscenti che sicuramente mi faranno sentire come a casa mia.
Ma io a casa mia stavo demmerda.
Non ne esco più.

Hanno chiamato il mio volo, mi devo imbarcare.
Ora scappo scavalcando con un doppio salto mortale rovesciato il metal detector, oddio devo andare al cesso, mi scappa da cacare, la pipì, ho le mie cose, cazzo sono un uomo non posso averle.
Va bene, spegni il cervello stronzo.

Mi imbarco. Mi sistemo nel mio posto.
Togliendomi la giacca, noto nella tasca interna un bigliettino.
A parte il fatto che ignoravo di avere una tasca interna nella giacca, è datato 26 novembre 2013, oramai anni e anni fa.
È di una persona speciale, la mia migliore Amica, emigrata proprio quel giorno, proprio in Australia. Lei aveva le mie stesse paure, le stesse paranoie.

Ciccio,
non aver timore,
ce la farai nel modo in cui ce l'ho fatta io,
dimostrando a tutti che bella persona sei,
sii sempre te stesso.

Nuni"



Ciao Amica,

a presto

lunedì 11 novembre 2013

I LOVE THIS GAME?

Salerno, 10 novembre 2013

Si è toccato il fondo? Si è arrivati ad un punto di non ritorno? Hanno vinto i “cattivi”? Ha perso il Calcio?

Andiamo con ordine, che sennò 'ste prime quattro frasi non significano una ceppa: la fredda cronaca.
Ieri a Salerno è andata in scena l'ennesima farsa dello sport italiano: si presume che alcuni presunti ultras/tifosi della Nocerina abbiano intimato/chiesto (minacciato? Ad ora non si può chiarire) ai giocatori della propria squadra di non scendere in campo.
Il motivo? Il divieto di poter assistere, dopo 20 anni, al derby Salernitana-Nocerina di Prima Divisione (ovvero la serie C), in (non) ottemperanza alla famigerata Legge Maroni, quella della tessera del tifoso. I tifosi nocerini erano tesserati e, teoricamente, avrebbero potuto assistere al match.
Invece, il prefetto di Salerno ha deciso il contrario: partita alle 12,30, così quei mangioni che non si perdono un pranzo dei tifosi della Nocerina avrebbero disertato in massa. Ma mettiamo che qualcuno decida di saltare il pranzone domenicale: ora? Mmmm, dai vietiamola completamente, sticazzi del derby.

Risultato? Alcuni tifosi della Nocerina si presentano sotto l'albergo della squadra, per:
- secondo la stampa, minacciare di morte calciatori, allenatore, magazziniere, ecc, 'nsomma la società, intimandole di non scendere in campo;
- secondo gli stessi ultras nocerini, chiedere al mister e alla squadra un gesto eclatante, che facesse parlare l'Italia intera e che scuotesse il sistema. Un gesto che desse voce all'ingiustizia subita dai tifosi a cui preventivamente e senza alcuna prova d'appello è stata negata la trasferta".




Risultato/2? Dopo una lunga trattativa fra staff tecnico e prefetto, si decide di entrare in campo con mezz'ora di ritardo. Entrare per modo di dire, visto che al primo minuto l'allenatore della Nocerina opera già i tre cambi e, nel breve volgere di quindici minuti, cinque giocatori si “infortunano”, neanche avessero incontrato Chiellini, Pasquale Bruno e Pablo Montero tutt'insieme e tutti incazzati abbestia, costringendo l'arbitro a sospendere la partita.

Apriti cielo.
Raffica di daspo (ovvero il divieto di accedere alle manifestazioni sportive), che di solito vengono dati a comando e a capocchia, e facili, retoriche e moralistiche polemiche di giornalisti, politici e soloni/dirigenti dello sport italiano, noti (almeno due categorie su tre) per essere un fulgido esempio di moralità e legalità.

Ora, le autorità competenti giudicheranno chi, come, quando ha sbagliato/commesso eventuali reati. Fatto sta, che alcune riflessioni mi sembrano d'obbligo:
- a cosa minchia serve la tessera del tifoso, se non a “discriminare territorialmente” il tifoso non violento, che rappresenta il 95% del totale (ditemi voi se ha senso che io, in quanto non residente nella provincia di Roma, non posso vedere Roma-Napoli) e a fare salti mortali per comprare un biglietto (quando, vent'anni fa, mio padre la domenica mattina, valutava il tempo e decideva così all'improvviso, di portarmi allo stadio, facendomi un inaspettato e bellissimo regalo);
- chiudere stadi e curve, vietare trasferte è veramente utile? No, perché la maggioranza degli scontri è FUORI gli stadi e quei pochi scontri che ci sono all'interno accadono a prescindere dalla legge Maroni. Se proprio avessero voluto, nulla avrebbe vietato agli ultras della Nocerina di andare lo stesso a Salerno a scontrarsi con i corrispettivi salernitani;
- l'utilità di parlare, anacronisticamente e in maniera grossolana di “modello inglese”, da esportare in Italia. In Inghilterra tre anni fa è morto un tifoso all'interno di uno stadio, per le percosse subite da tifosi avversari: Lo sapevate? Beh, sapevatelo. Sapete ora com'è fatto una stadio inglese? Un teatro all'aperto: prezzi esorbitanti, non puoi alzarti, non puoi imprecare troppo, non puoi fumare, non ti puoi portare il panino con la frittata da casa.
Gli scontri e la violenza non sono spariti di colpo (certo loro sono “partiti” da una tragedia immane, che è stata Hillsborough), ci sono ancora, meno pubblicizzati. Inoltre, gli stadi non sono sempre pieni, come pensiamo in Italia. Ma poi avete presente uno stadio italiano, paragonandolo poi a livello infrastrutturale ad uno inglese?
- Secondo voi gli italiani non vanno allo stadio per la violenza? Sapete che fino agli '90 la serie A era il campionato con più spettatori nel Mondo? C'erano scontri? Certo.
Eppur si andava. A nessuno viene in mente che le Tivvù, gli scandali a cadenza (come minimo) biennale e la deriva megalomano-economica siano, se non altro, concause?
- Negli ultimi, il campionato con più spettatori in Europa è quello tedesco, la Bundesliga.
A prescindere da una gestione molto più equa di questioni economiche, tipo diritti tv e altre menate del genere, in Germania i gruppi organizzati molte volte agiscono CON le società calcistiche (una cosa del genere ce la sogniamo), organizzano iniziative lodevoli come questa qui  e non subiscono restrizioni di alcun tipo (anzi molti stadi, anche nuovi, hanno previsto al loro interno una zona in cui chi vuole se vede la partita in piedi, old style).
- Lungi da me difendere chi adotta la violenza come veicolo per ottenere un risultato, ma se quei 1000/2000 fossero andati a Salerno sarebbe successo questo bordello? Fermo restando che l'eventuale stupidità violenta si sarebbe potuta concretizzare anche per strada.

È un calcio maaaaalaaato, ma le cause non sono riconducibile solo agli ultras.

C'è dell'altro che ci (mi) fa sperare in bene.

Roma, 10 novembre 2013

C'è chi, con occhi vergini e senza pregiudizi, allo stadio ci va, per la prima volta.
Mio nipote, quasi 7 anni, con quell'incoscienza tipica del bambino, che nemmeno sa se e quale squadra tifare. Va con lo zio (l'altro, io purtroppo non c'ero) a vedere Roma-Sassuolo.
Al di là del fatto che con quel gol demmerda all'ultimo minuto, speriamo di non “averlo perso” a favore di una squadra strisciata (ma vabbè, lo ameremmo comunque), un bambino non vede il marcio del “calcio moderno”, né la violenza degli ultras.

La mia prima volta allo stadio fu a 5 anni, Roma-Ascoli 0a0, giocata a Pescara. Forse ero troppo piccolo per ricordare nitidamente tutto. Ho flash, di quel giorno.
Ricordo tutto della mia prima volta in un grande stadio: Cecoslovacchia-CostaRica, ottavi di finale dei Mondiali del '90. Ricordo la mia prima volta all'Olimpico, a 9 anni, Roma-Pescara: ricordo la meraviglia di quelle astronavi, ché a me sembravano astronavi prese dai cartoni animati dell'epoca, trapiantate nel mondo reale.
Ricordo che vedendo tutto quel giallorosso, tutto quel bordello, i canti, il tappeto verde che si parava dinanzi alla mia di allora personcina, rimasi così, stile Paul da piccolo di Febbre a 90°

Ecco, non proprio così.


Nello specifico, non so cosa rimarrà a mio nipote di questa giornata. Se avvierà una qualche passione calcistica o meno, se la ricorderà come la ricordo io.
So solo che una certa passione, il calcio in questo caso, se ti prende quando hai gli occhi del neofita, del bambino, non ti lascerà più.
Sei affascinato innatamente da un qualcosa che non sai spiegare, perché nemmeno te la poni la domanda. Ti piace e basta.
Il pallone che rotola, le imprecazioni per 90 minuti, i cori, le esultanze, le delusioni (per la cronaca, la mia prima volta all'Olimpico finì con una, come direbbe Bruno Pizzul, inopinata sconfitta) l'amore per il rosso e il giallo che si giustappongono (per me) magicamente.
Lo ami, a prescindere dal male che si annida in esso.

E a chi dice “questo non è il mio calcio”, rispondo non che “il calcio è di chi lo ama” (sicuramente non lo ama la Tim), ma che “il calcio (o la passione X) lo ami e basta, senza sapere cosa significhi né l'amore, né le parole sky e champions league”. Senza a starci a ragionare su.
E continuerai a seguirlo, lamentandoti del suo marcio, ma rispettandolo.
Anche quando scuoti la testa e pensi, anche per uno sbagliato secondo, “così non va”.
Ché ce l'hai dentro, che tu lo voglia o no.


                                                     Classicone