giovedì 18 giugno 2015

BORN TO BE A PID (AVERE UNA BICI A BOLOGNA)

Avere una bici è fregno.

Riaverne una dopo 9 anni, grazie ad uno sconosciuto signor ciappinaro, beccato da coinquilina per caso, che ti aggiusta per soli 12€ le bici buttate da anni nel tuo pseudogiardino, ancora di più.

Sì però, ci dice il signor ciappinaro, nun devi MAI cambiare marcia, non ti devi MAI preoccupare del rumore di ferro vecchio che la bici fa che tanto è normale è una bici antica è una bici vintaggia e ricorda che te funziona solo il freno davanti e quindi non ti abbendare mai per le discese che sennò ti cappotti e fai le figùddemerda come quella volta a San Patrizio in Via Zamboni, quando sei finito su un palo di schiena, disarcionato da una bici fucsia e da un freno davanti che tu, sbronzo come le pazze, non ricordavi fosse l'unico funzionante.

Più o meno così, ma senza caschetto
La provi una volta e je dai e je la fai.

Quindi, riscopri sensazioni oramai dimenticate:
Il vento che fa il suo giro e ti accarezza i capelli che non hai; il sole che illumina la ruggine grigia della ferraglia a due ruote; quel bell'umido bolognese a cui tu gli vai in culo e porto tre, grazie sempre al suddetto venticello girante; quella voglia di scattare alla "èpartitomarcopantani!" per poi scoprire che un novantenne in graziella te stacca sul sottopassaggio di Via Zanardi.

Insomma, il collaudo è andato, ho una bici, un po' da scappati di casa, ma ce l'ho.


Oggi per giocare a calcetto non ho passaggio in macchina e quindi
STICAZZI HO LA BICI!
I-pod e fifififififischiettare pezzi di riproduzione casuale a capocchia, andando a zonzo (poi te togli una cuffia un secondo e senti "a testa de cazzo levate da in mezzo la strada").

Ponte Matteotti.
Parte lo strappetto ee OP-LA OPPELA I-UNO I-DUE IIIII-rumore di ferraglia sempre maggiore, piccolo schioppo e pedali che vanno a vuoto.

Catena spezzata in due, di netto.

Prego, notare sulla destra la catena arrotolata sulla ruota anteriore


Avevo appena cominciato la discesa, ovvero gli ultimi metri che avrei potuto fare con la bici.
In quei 20 secondi ti passa in mente, oltre i bei momenti passati insieme alla bike (cioè complessivamente 20 minuti), tutto il calendario gregoriano.

Scendi, arrivi al campo a piedi, giochi, rifai il calendario gregoriano, ti stanchi come non mai ché era la prima partita col vero caldo (e giocavi praticamente dentro una serra), ririfai tutto il calendario gregoriano, ti docci, esci, vai a prendere la bici e ti soffermi sulla catena penzolante, triste, solitaria y final, riririfai tutto il calendario gregoriano.

Nel tragitto a piedi e con la bici portata a mano, forse perché mi è partito Morricone nelle cuffie, mi è venuto in mente il finale di Un Sacco Bello, quando Leo/Verdone porta l'olio (il secondo, dopo che il primo gli si era rotto) da su' madre a Ladispoli.

Ero io.
Senza Roma, senza l'olio, senza che fosse ferragosto, senza Marisol e senza Ladispoli.
Ma ero io


venerdì 6 febbraio 2015

BIG SNOW

Quando ero piccolo, in inverno nevicava e tu uscivi per fare un pupazzo e tirare due palle di neve ai passanti, così a sfregio, e la madre ti tirava una sardella in testa e ti diceva copriti addò jisc così scemunito ti viene la febbre.
Non c'era il Big snow: "a mà sta arrivando Big Snow! Dove lo danno? Al multisala a Pescara? Se fai il bravo ti ci portiamo al cinema".

Quando ero piccolo, in estate faceva caldo, anche senza riscaldamento globale, e non si usavano nomi di condottieri o imperatori romani (scegliendo accuratamente i più stronzi): "Oddì sta arrivando Scipione, poi arriva Nerone, e non parliamo di Caligola..." e tu pensavi ma chi è li nom di li testimoni di Geova?

Si parla di 20 anni fa, non del dopoguerra.

Qua ci sono 20 anni di arretramento dell'informazione e 20 cm di neve, il Paese si paralizza, si danno nomi bizzarri a consuetudini metereologiche e si fa del catastrofismo gratuito.

Scusate il francesismo, ma hanno rotto la minchia con l'usanza di dare nomi ad eventi metereologici.

Scomodando il filosofo chietino intervistato anni fa dal Tgr Abruzzo de "la neve lo ha sempre fatto, mo oddij la nev, oddji la nev,  ma picché c'adeta fà? Sthet'v a la cas!", fondamentalmente è un problema d'informazione e, in senso più ampio, di cultura.


Shtet'v a la cas!


Lo stesso problema dell'informazione che porta a titoli strillati, al rumeno, e non, che so, al cuneese, pirata della strada, ai morti occidentali di serie A e quelli non occidentali di serie B, a cercare un sensazionalismo artificioso negli avvenimenti della normale quotidianità e a sminuire vere tragedie, a prendere per buone stronzate e passaparola del web e darle per vere, come nel caso delle due cooperanti (chiamate in quanto donne e in quanto regazzine Greta e Vanessa, tipo Paola e Chiara, in pratica facendole passare per due imbecilli incoscienti) che si sarebbero bombate i loro sequestratori, "rieditando" la sindrome di Stoccolma a sindrome della Siria.


P̶a̶o̶l̶a̶ ̶e̶ ̶C̶h̶i̶a̶r̶a̶ Vanessa e Greta siete due troie!



Siamo tutti Charlie ed evviva la libertà de scrivere stronzate, ma prendete con le pinze i titoli strillati e il sensazionalismo facile.

Fateve una coscienza critica e fanculizzate il superfluo, non lasciateve influenzare da esso o, per lo meno, cercate di non vedere Studio Aperto.

Che poi di tempo per partecipare al contest “che tempo di merda fa dove vivo?” e fare foto alla neve per postarla sui social c'è sempre (ed io non ne sono immune).

Vado a lavorare, ma forse no dai.

Mo chiamo a lavoro e je dico “oggi non vengo, ci sta Big Snow, il paese è paralizzato, se si blocca l'alta velocità come posso io, semplice umano, venire a fatijare?”

giovedì 8 gennaio 2015

CHARLIE RIDE LA VITA

"Se hai paura di una vignetta, allora il tuo profeta deve essere un nano".
S. Charbonnier

Sto qui come un baccalà a riflettere, seduto in poltrona e fisso la caldaia in cerca di un'ispirazione. Più che altro mi chiedo perché due tizi in nome di una religione entrino in una redazione di un giornale e ammazzino gente a caso (così a caso che hanno ammazzato pure uno che era lì in visita di, uhm, piacere).
L'undici settembre, Atocha, la metro di Londra, Breivik (che, per la cronaca, era norvegese, bianco che più bianco non si può e vagamente nazistello) mi colpirono, ovvio: la strage in sé, l'alto numero di vittime, la spettacolarizzazione dell'evento, il terrorismo, i bordelli che ne sono seguiti.

Stavolta è diverso.

E non è perché si colpisce la libertà di stampa. Quella viene colpita ogni giorno, molto più banalmente con stigmatizzazioni e querele, con dichiarazioni “bulgare” o con il menefreghismo. Cioè pure a me Libero e Tuttosport fanno schifo però, boia, ci sta che qualcuno scriva cose che non condivido (e per le quali col cazzo che morirei per fartele dire, te le farei dire e poi prrrr pernacchia), ma di certo non entro nella sede di Tuttosport urlando Chiellini è uno stronzo e sparando sui giornalisti (due portapenne della Juventus li spaccherei, sì).

Qui hanno ammazzato (o provato ad ammazzare) la satira, più universalmente l'ironia e il sarcasmo.

Secondo la Treccani l'ironia ha lo scopo di deridere scherzosamente o anche in modo offensivo, di rimproverare bonariamente, di correggere, e può essere anche una constatazione dolorosa dei fatti, di una situazione, ecc.. Stringendo, serve a pijà per culo.
Riferendosi al teatro greco, l'ironia tragica si riferisce al presagio della catastrofe, che sembra essere contenuto nelle parole, dette senza intenzione, di un personaggio.

Ieri si è assistito a questa altra declinazione dell'ironia: poche ore prima dell'attentato, su Charlie Hebdo è apparsa questa vignetta:




Sono una persona ironica, forse troppo, quando stimo qualcuno, quando mi piace umanamente un'altra persona spesso la prendo per culo: è un mio segno d'affetto, è un sotteso giudizio positivo.
Magari dico con spavalderia ma come cazzo te vesti? Chi sei, Sbirulino? e semplicemente significa che stile sofisticato ma allo stesso tempo non pretenzioso che hai, cioè sei ganza abbestia (a volte, invece, te vesti proprio come Sbirulino).
Se non stimo qualcuno, se c'è una situazione pesante o che non mi piace, la esorcizzo, non le do importanza, la rendo surreale e la rido. Si, non è un errore, la rido.

La vita la rido.

Mi piace ridere e scherzare su tutto. A volte mi alieno dalla realtà per questo.
Non ho tabù ironici, non esiste su quello non si scherza, il dramma si vive anche male (sono il primo che lo fa), ma per superarlo si sdrammatizza.

Charlie Hebdo è un giornale dissacrante. Charbonnier, Wolinski, Cabu e Tignous erano quattro stronzi, orgogliosi di esserlo, che se ne fottevano di essere corretti.
Volevano divertire e dissacrare simboli, soloni vari e (dis)onorare altri stronzi, più potenti di loro, con l'ironia, con il sarcasmo.
Perché la vita la ridevano.
Stavano sulla minchia a chiunque: destra, sinistra, centro, magistratura (che li ha fatti chiudere un paio di volte), stavano sulla minchia pure a concetti astratti quali pudore e decoro e, financo, ad alcuni fatali ambienti religiosi.

Ora vengono martirizzati. Chissà quanto hanno fatto rodere il culo ad Hollande, Sarkozy, Mitterand, De Gaulle, Giscard d'Estaing e compagnia cantante.

Al di là della matrice pseudo-islamica, che per quanto mi riguarda è semplicemente fascista (nel senso più ampio del termine), leggo i soliti 50000millemila commenti dell'evento terroristico spettacolare e spettacolarizzante, di testa e di pancia, nel senso di basso ventre, quello che prelude alla cacata scritta.

C'è quello razzista, chiaramente argomentato alla grande, E SO' SEMPRE L'ORO I IMMIGRATI (erano francesi), ANDATE A LA CASA VOSTRA, oramai un grande classico per grandi, piccini e salvini (in Italia il top sarebbe Balotelli che si arruola nell'Isis, il sogno di ogni leghista/razzista).
L'immancabile analisi politica con exit poll immediato essè mo vince la Le Pen (o Salvini).
L'assediato catastrofista che pensa che ora inizi la guerra santa, circa un millennio dopo l'ultima.
Quello che scrive la frase ovvietà del giorno da Grazie al cazzo.
Quello che smentisce le prime tre categorie e che in generale smentisce la linea editoriale mainstream del momento.
Quello che rismentisce quello che smentisce, e cosi via. Alla fine non sa nemmeno più cosa smentisce.

Io stesso non ne sono immune, ma a quasi tutti sfuggono due particolari.

Quasi nessuno parla delle persone in questione. Sono, anzi erano, essere umani, non solo simboli della libertà di stampa. La Politkovskaja 'ndo la mettiamo? Ma, ça va sans dire, il 70% di quelli che scrivono non conoscono o hanno rimosso la giornalista russa.
Giusto onorarli, giusto andare in piazza, se non altro dimostrare che la barbarie anti-umana va stigmatizzata, giusto sarebbe riderli.
Ma l'unico che l'ha fatto, con una delicatezza quasi commuovente, è lui:




Quasi nessuno ha colto il messaggio fondamentale, oserei dire esistenziale, dei giornalisti di Charlie Hebdo.
La vita va (auto)ironizzata, prendersi troppo sul serio fa male, come direbbe un mio amico agitando la mano in segno di ciao, non è salutare.
Se tutti quelli che danno aria alle dita che stanno usando per scrivere raccogliessero l'esempio di Stéphane Charbonnier, George Wolinski, Jean Canut, Bernard Verlhac e di tutti gli altri uccisi in redazione (ma magari pure i due poliziotti erano due persone con uno spiccato senso dell'umorismo) mentre pensavano a come dissacrare il prossimo, il mondo sarebbe un posto più fregno e si vivrebbe meglio.
Sembra una cazzata, vero?
Applicatela alla vostra vita, ridete, pijate per culo e, soprattutto fatevi pijà per culo.

Castigat ridendo mores.
Così sentenziava il poeta latinista francese Jean de Santeuil.
Sempre dalla Francia bisognerebbe imparare la lezione: scherza i tuoi idoli, non li ammazzare per una cazzo di vignetta.
Ché non si uccide solo con un mitragliatore automatico.
Le parole sono importanti, gli atteggiamenti sono importanti.
Se dopo l'attentato di Parigi ti ergi a paladino della libertà di stampa e poi non accetti l'ironia giornaliera ma scrivi un commento bigotto e piccato su un post di Spinoza, fattele due domande.

Perché per me Charbonnier, prima di morire, non è lì spaventato ad aspettare che gli sparino.
Charbonnier all'ennesimo Allah Akbar urlato a squarciagola, li ha guardati tra lo scocciato e il divertito urlando ma che ve urlate! Fatevela 'na cazzo de risata!

Ecco.

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c'è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.


Fatevela 'na cazzo de risata, stronzi!



martedì 28 ottobre 2014

DUE O TRE COSE CHE SAPEVO DI LEI (tipo gli occhi alla Diane Keaton)

...e poi è tutto un ricordare le cose meglio di com'erano davvero di quando avevamo qualche anno di meno...”

Vado al cesso và.
Maremma se me scappa, veloooce, ops, scusa, scusami, permesso, sei in fila per il bagno no, tu nemmeno e sono arrivat... minchia 200 persone.
E ora come fò?
Leggo gli articoli attaccati fuori la porta scorrevole del bagno bramato, articoli che già conosco a memoria, tipo quello, del Manifesto, sul posto occupato anni fa a Cosenza.
Ogni tanto mi chiedo chissà che fanno a Cosenza, chissà se quel posto occupato è ancora occupato a Cosenza, chissà se in questo momento il cesso di quel posto occupato a Cosenza è occupato.

Dai dai, sbrigatevi, jam su.
Esce dal bagno una tipa: capelli neri rasati ai lati, coda a chignon (fino ad un anno fa la chiamavo a chiffon, dire che secoli addietro ce l'avevo pure io), un po' punkettina, piena di anelli, di cui uno al naso, e bracciali, con gli occhi tristi, all'ingiù, di quelli che piacciono a me, come Diane Keaton.
Per il sottoscritto, uno dei termini di paragone per definire il concetto di bellezza: gli occhi alla Diane Keaton.
Mi guardo, la guardo, minchiaguardi.


prego, notare particolare occhi

Ciao... (esitazione alla oddì come cazz si chiama) Fabio.
Uè ciao grande (e qui potrei scrivere fiumi di parole sull'uso dell'aggettivo “grande” come sostitutivo, a volte, del nome), come va?
Bene dai, tu?
Tuttappò.
(silenzio)
Io esco che devo raggiungere gli altri, ciao.
Ciao.

Chi sei? Come sai il mio nome?

La guardo allontanarsi schivando la folla: ha un piercing sulla nuca (il cosiddetto “cozzetto”), una sbarra metallica.
Il piercing al cozz... alla nuca, gli occhi alla Diane Keaton, il dialetto centro-italico non abruzzese (ché per me esistono il dialetto abruzzese e il non dialetto abruzzese, cioè il resto delle lingue e dei dialetti della Terra).

Se tre indizi fanno una prova, provo a spremermi le meningi, non troppo che sennò mi piscio sotto.

Il ricordo, rimosso dagli anni, dal poco tempo in cui l'ho vista e dal fatto che lei è “leggermente” cambiata (cambio di taglio, colore capelli, stile, chilo nel senso che avrà preso quindici chili), riaffiora.

Tu non sei una cosa seria, ma nemmeno una semplice scopata.

Che sarebbe come a dirsi non sei né carne né pesce.
Il veganesimo applicato all'amore/sesso.

Ma io veramente voglio solo trombà, pensavo.
Però, in fondo, per quei due mesi di pseudo-quasi-ogni tanto-rapporto, mi piaceva.
L'ho conosciuta per strada, davanti al Contavalli, parlandole non so per quanto tempo di un film che lei stessa mi aveva appena nominato: Rushmore.

yeaaaaah!

UUUUUUUUUUUUUUUU rushmore, graaande conosci rushmore il film più sconosciuto di Wes Anderson! E vai lì a parlare di trama, di Bill Murray, di Jason Schwartzman, dei movimenti di macchina, di tutta la filmografia di Wes Anderson, insomma a ruota libera, con gli occhioni (esclusivamente i miei) sognanti.

Ecco, lei invece mi aveva nominato Rashomon di Akira Kurosawa.


ops, scusa

Ah.
Scusa.
Non sai chi sia Wes Anderson.
Scusami tanto, non volevo, scusami.
A Gondry come sei messa?
Ghostbusters? L'omino dei marshmallow?
Il Verdone anni '80? Niente?
Vabbé almeno Vacanze in America che te faccio tutto il repertorio de Don Buro?

che te ridi, nun conosce nemmeno te

Io avevo una sciarpa viola, di quelle pesanti, di lana, fatta a mano. Me l'aveva appena prestata un mio amico troppo sbronzo per portarla e troppo impegnato a dire puppami la fava a tutti i passanti del centro (sempre per via della già citata sbronza).
Io la prestai a lei: Non la voglio. Tienila, fa freddo, tira un bella zizzola. Che? Un venticello bastardo. Non mi serve comunq... vabbè dai dammi 'sta sciarpa.
Quando vuoi rivedere qualcuno, o tu o lei, "lasciate" qualcosa all'altro, facendolo sembrare casuale: un orecchino, un indumento, un I-Pod, il portafoglio, una sciarpa.
Più in generale, un pretesto.

L'ultima volta, era prima delle vacanze di Natale, che dovevamo vederci io ero uscito con una mia amica.
Andò a finire che l'amica mi disse che non voleva essere mia amica ma deppiù, io rimasi come un baccalà e non sapendo scegliere, nemmeno per quella sera, fui scelto e bona.
Mi misi con l'amica (amica amica, scusate il francesismo, stocazzo), in un rapporto un filino burrascoso che per un po' mi ha fatto penare che nemmeno una sceneggiata napoletana con lanci di piatti napoletani e urla napoletane, guarda.

Era, tutto sommato, un insignificante e giovanile sliding doors
Se avessi avuto il coraggio di dire all'amica ah, hai capito che mi vuoi bene, mmm, sissì nonnò, vuoi stare con me, mmm... Ah, dai, vvvabbè... si è fatta una certa, tante belle cose, vado che mi devo beccare con Diane Keat... con una tipa, ciaone, bella per te, avrei evitato mesi di litigate, urla, pipponi, porte spaccate e uova di pasqua sfasciatemi in testa (davvero).

Ma non è questo il punto: il punto (o il pretesto) è che sto diventando uno di quei (sospirone) trentenni che non si ricordano le tipe con cui usciva (ma anche gente ics che frequentava) e dice ah ma tu sei quella con cui sette anni fa so' uscito mezza volta e con cui stranamente mi ero fissato, dichiarando a mezzo stampa dopo dieci minuti di conoscenza che ti avrei sposata e avremmo avuto tre splendidi bambini solo perché sapevi a memoria la scena delle olive che sso' greche di Mario Brega in Borotalco?

Sono quasi arrivato, sempre a livello di metafore filmiche, al Grande freddo, a Compagni di scuola, al momento nostalgia, al tempo che fu e non torna più.

S'invecchia e non si matura, e tutti, in più, mi dicono che sono la memoria storica di tutti i conoscenti (la parola esatta è scassaminchia). La dimostrazione è che nel blog scrivo, di solito, di ricordi, aneddoti e cacate fatte nel passato.
Come fai a ricordarti di quel pranzo del 25 marzo del 2005? Boh, e come me lo ricordo, ricordo le minchiate mie, dei miei amici e le ripropongo diciamo almeno, uhm, 50 volte all'anno, anche agli sconosciuti.
Ciao, piacere, la vuoi sentire la storia di quando mi sono cappottato con un carrello della spesa a tutta velocità in via Zamboni? No? Allora tutto è iniziato il 16 febbraio del 2006...

Il tempo di rinsavire dai miei pensieri e scopro che la fila, prima di 200 unità, ora è passata a 400 unità. Mi sono passati avanti i baristi, quelli che erano prima in fila con me e je riscappa e financo i netturbini.

Vado a farla fuori che sennò poi mi tocca scrivere un post su quando mi sono pisciato sotto in un bar à la page di Bologna.

Vicoletto, olè, aaaaaa, liberazione.

Ma non stavi facendo la fila al bagno?
È lei che va via e continua a camminare.
C'era fila, mi stavo pisciando addosso.
Bonjour finesse. Ciao scemo.
Ciao.

Però mi piaceva, con quindici chili in meno, ma mi piaceva.


Bonne nuit finesse.



sabato 9 agosto 2014

SLOW BEACH

Ora

...F-F-F-F-F-ORZAAA RAGAZZI FATE L'AMORE NON FATE LA GUERRA! IL VOSTRO DJ HERPEEEES DIRETTAMENTE DA CASTIGLIOOONEEE MESSEER MAAARINOOO VI FARA' SCATENAR.. EHI BELLA BIONDINA, SAI COME DICE IL PROVERBIO? BELLA BIONDA BEATO A CHI SE LA... E IL-IL-IL FINAAAALE NON SI PUO' DIIIREEE. FORZA A TUTTI I MASCHIETTI O-LE-LE O-LA-LA FACCELA VEDE' FACCELA TOCCA'!...”

Ma dove sono capitato, mi chiedo.
Ma uno si può rilassare, mi chiedo.
Ma dove minchia è finita la gende normale, mi chiedo.
Pensavo di essere in Abruzzo e invece mi trovo nell'Abruzzo che scimmiotta la Romagna che scimmiotta Ibiza, non quella spagnola, ma un'ipotetica Ibiza al Mare in provincia di Vibo Valentia (col massimo rispetto per la movida della costa vibonese).

Leggerò un po' il libro. “Ma che cazzo te leggi, ci sta il karaoke, troppo fregno!”
Proverò a fare un bagno, via giù. “Quale nuotata, devi stare sul bagnasciuga seduto sulla sdraio con il mojito in mano e fare commenti senza senso sulle pseudo-fregne che passano!”
Prenderò il sole. “Che te metti la crema?! Ahahaha come li vicch!”
Magari mangio qualcosa. “EH? Un pacchetto di patatine e una birra 9 euro?”
Facciamo un sabbione (leggasi partita di calcio)? “Che? Ma tu si scem, c'è l'aperitivo on the beach con spritz a soli 6 euro, cubiste scazzate e musica improbabile a tutto volume che te rincojonisce in mezzo minuto, non lo possiamo perdere!”.
Farò un pisolino. “FFFFFFORZA! VIETATOOO DORMIREEEE! TUTTI A BALLAREEE COL SINGLE PAAARTY! TUTTI I SINGLE DEVONO B-B-B-BALLARE E CONOSCEREEE SEDUCEEENTI DONZELLEEEE!” 
Ma io voglio dormì!
N-N-N-OOOON SI PUOOOOOOO!”

Condannato al divertentismo coatto (qui la parola coatto, che sia aggettivo o sostantivo, è da declinare in tutti i suoi significati).
Vorrei un po' di pace, vorrei farmi li cazzi mia, ma... “Ma a Ibiza fanno così!”
Ma a me Ibiza fa cacare.
Mi sento fuori luogo, fuori contesto, un pesce fuor d'acqua perché in acqua c'è un dj che pompa musicademmerda e un vocalist che urla frasi sconnesse come un ossesso.
Non è mare, non è più il mio mare.
Come nostalgicamente l'ho sempre ricordato.

Prima

Che poi quando ero piccolo e leggevo, anzi divoravo, Topolino su Topolino, l'idea iconica d'estate era la pubblicità del Calippo (e non fate battute, cretini) su quel giornalino: semplicemente delle palme, una spiaggia, il mare e quella ancestrale conoscenza di posti esotici, delle Maldive, Seychelles, Polinesia, insomma Tropici e Caldo, senza Messico, senza nuvole.
Io invece andavo al Lido Riccio.

Mi sa che ho sbagliato pubblicità


Mano fuori dal finestrino, acchiappando il vento, guardo dal basso del mio metro e un barattolo il cielo terso e sempre più blu, che ai tempi non era una canzone ma una tipica domanda scassaminchia per mia madre: “mamma perché il cielo è sempre più blu? Mangia scimunito!” e via coppino in testa.
Non mettere la mano fuori il finestrino! Che poi passa una macchina in senso contrario e ti stacca il braccio e poi lo andiamo a raccogliere a Cuppitell!”

Bravissimo! Quello è un cavallo! Un punto per Antonfabio!
Pfffff, vabbè, mi accontenterò del cielo e di parlare a vanvera, facendo domande ed interventi a vanvera: guarda una pecora, un cavallo, guarda la casa di quello dell'Inghilterra che viene in vacanza qua come si chiama? Robert. Ah, vero, Bomber. Dov'è l'Inghilterra? È bella l'Inghilterra? Ci andiamo in Inghilterra?, perché sbagliano a mettere il volante in Inghilterra? guarda un'Alfa Romeo (non so il motivo, ma da bambino conoscevo tutte le automobili, ora faccio fatica a distinguere una Punto da una Lamborghini), guarda la vite la vite e la vite l'è bela.
Lo sguardo di mia madre dice tutto. O per lo meno "come si spegn' fijim".
Poi crollo, colpito da narcolessia infantile e me schioppo un 10 minuti di sonno, a mo' di siesta. Sarà che la Volkswagen Scirocco arancione di Zio Emilio mi culla e mi inonda di brezza e di estate, facendo leva sul nome ventoso.



Arriviamo al nostro stabilimento, un hotel, l'Hotel Katia, che ha più un nome da motel di battone sulla strada della bonifica, ma tant'è.
Ho il mio secchiello e la mia paletta, gli altri tre, mia madre, mio zio e mia zia tutto il resto, tipo un punto vendita Giochi Preziosi, da portare preferibilmente con carriola.
Ombrellone.
Domandone.

Posso fare il bagno?

No, devi aspettare tre ore tre (anche se hai mangiato mezzo tozzo di pane), devi digerire ché l'acqua è fredda  e poi arriva al pancino e ti senti male, come è successo al (fantomatico) cugino di P'ppin di lu Firrar (nome fittizio) che è dovuto andare il bagnino a riacchiapparlo come un pescatore di frodo acchiappa un cannolicchio sotto la sabbia.
Insomma, fin dagli anni '80, c'è un virtuale cugino scemo di qualcuno (sempre lo stesso) termine di paragone dell'inettitudine alla vita. Lo stesso cugino scemo che ha perso l'occhio per un pezzo di carta sputato dalla penna, che si è tagliato con le forbici con la punta arrotondata e che una volta è morto.
Non sapendo quanto siano tre ore, gioco creando piccoli cantieri per la costruzione di castelli e edifici che hanno tutti una particolarità: crollano al primo muro abbozzato.
Nulla di diverso da un vero cantiere italico.
Oppure c'è l'opzione fare il buco per l'acqua, ovvero dover scavarescavarescavarescavarescav'resc'v're per trovare l'acqua. Di solito scavo così tanto che mi vengono a riprendere speleologi di fama internazionale. Più semplicemente mi alzano dalle orecchie, un'orecchia per parte, mi' madre e mi' zia e giù mazzate e minacce sulla possibilità di futuri bagni in mare.
Posso fare bagno? No. Ora? No.
Pffff. Và, giochiamo con i mammocci (pupazzi) dei Cavalieri dello Zodiaco, inventando la saga dei “Cavalieri dello Zodiaco VS i cavalieri della costellazione dell'arrosticino incattiviti dall'aspettare di farsi il bagno”

Mannaggia sanda! Vulem fa lu bagn!

Oppure ci si ingegna e si cercano bambini che giocano. Io non chiedo di giocare ché mi vergogno e aspetto fermo come uno stoccafisso guardando a testa bassa la sabbia e facendo il bimbone che più speciale non si può.
La scena che si crea è pressapoco questa (trentesimo secondo di video):



Posso far... NONE(il none in abruzzese è il rafforzativo del no).
Segue sguardo da Gatto con Gli Stivali.
Forse mammuzza cede.
Dai corri fino a lì e torni qui, fallo per 10 volte.
Dove il lì corrisponde a circa mezzo chilometro di distanza.
Il piccolo me, paffutello e già (in)sofferente a qualunque sforzo aerobico, corre corre corre come un piccolo Foresto Gampo dell'Adriatico, ansimando e rischiando un prematuro infarto, ché a quanto pare sarebbe più figo morire a quattro di spade faccia sulla sabbia colpito da collasso cardiorespiratorio che in mezzo all'acqua sotto i colpi di una congestione (“Sà mio figlio è collassato in spiaggia. Eroe! Vs “Mio figlio ha avuto una congestione in mare. Che mezzasega!”).

Bagno bagno bagno bagno bagno

Quando riesco a finire la mezza maratona avrei bisogno di sali minerali, invece è l'agognata ora del bagno. Da fare con l'acqua che ti arriva sugli stinchi, i “nooooo nell'acqua alta” (il concetto di alto è molto aleatorio) e con la supervisione di mamma e zia che alla prima infrazione urlano il tuo nome, facendo sapere a tutta la spiaggia che hai osato bagnarti i femori.
Finisco il bagnetto e si mangia o focaccia/pizzetta, comprata poco prima al forno, o gelato Motta, cercando di ottenere il maggior rapporto quantità/prezzo.
E poi si sta sotto l'ombrellone, in silenzio, senza trambusto, godendo del mare, senza selfie alle gambe/wurstel, senza dj e vocalist che te rincoglioniscono e il divertentismo forzato che ne deriva.

Il mare, la spiaggia, erano una sorta di spontaneo rifugio del corpo e dell'anima.
Cerchi pace, la trovi, ti ristori, ricominci in seguito con la vita non estiva di sempre.
Poi ovvio che non tutti vogliono rilassarsi al mare, che non a tutti faccia schifo la combo dj-vocalist-musica del cazzo a tutto volume.
I gusti son gusti.
I miei son questi.
Si sta perdendo (non dappertutto) il mare come lo conoscevo io.
Quello "lento".
Lo slow beach.
Tiè senti che neologismo.

sabato 26 aprile 2014

IL 25 APRILE, PRATELLO

Che poi sta festa me la ricordo dalle elementari.
Si inaugurava la lapide dei caduti del mio paese.
C'era la mia classe, c'era la classe di mia madre, allora ancora maestra, c'erano tutte le classi, ovviamente.
C'è anche il nonno lì”, mi disse mia madre.
Mio nonno, suo padre, è morto nel 1943, a causa di una mina, mentre lavorava la terra, mia madre aveva due anni.
Nonno Nicola è per me la foto sulla sua tomba e lo sguardo di Mamma che lo prega in silenzio e che ancora oggi lo va a pregare.
Siamo stati sfollati io e tuo padre, ma poi la guerra è finita e siamo tornati a casa”.
La casa non c'era più, non c'era nulla, un paese e un territorio distrutto, devastato, da bombardamenti e combattimenti casa per casa, terreno per terreno. Fino a pochi anni fa c'erano ancora le cave dove ci si rifugiava durante i bombardamenti.

Mio padre me l'ha sempre raccontata la guerra, i suoi ricordi, Fritz il soldato tedesco con cui aveva fatto amicizia, le SS che erano teste de cazzo e menavano, nel migliore dei casi, botte da orbi, così, perché erano e rimarranno teste de cazzo, lo sfollamento nell'entroterra abruzzese, il freddo, la fame, i soldati alleati nascosti dalla mia famiglia, il papà adolescente che tagliando per fratte aiutava i suddetti soldati a scoprire gli avanposti tedeschi.
La guerra l'ho avuta a casa.
E, mesi fa, per caso, su Rai Storia, ho visto un documentario su la guerra a casa mia, e c'era mi padre che raccontava e raccontava e io già le sapevo 'ste cose, ma mi commuovevano lo stesso.




Mi riprendo dalla sbronza della sera prima, bevo caffè, mangio, cazzeggio, ridormo, se non fosse che è il 25 aprile non uscirei.
Il punto è che il 25 aprile e voglio uscire.
Voglio andare al Pratello, mi voglio prendere una birra, stare dal pomeriggio a notte fonda a parlare, sentire musica, sentire i miei amici che mi dicono auguri! buona festa della liberazione!, sentire testimonianze di quel periodo, vedere mostre, vedere documentari, vedere tornei di briscola, parlare con perfetti con sconosciuti alla fila del cesso (e, nel caso specifico, non pisciare per strada che oggi non piscio per strada, oggi no), sentire il fricchettonismo maledetto mischiarsi con i vecchi partigiani con i loro fazzoletti, mano nella mano con i nipoti.
E immaginare che a quei nipoti raccontino quello che mio padre mi raccontava.
Educarli alla resistenza, educarli alla storia, la nostra storia, educarli al bene affinché nel futuro il bene si compia, in contrapposizione al male assoluto di quegli anni.
Si cresce così.
Io, senza quei racconti, non sarei quello che sono.
Non avrei lo stesso rispetto per concetti astratti come umanità, eroismo e coraggio.
Anzi, non avrei mai conosciuto questi valori.
Il 25 aprile, a Bologna, al Pratello, io commemoro, a modo mio, chiaro, questi valori.
Pure se gioco a briscola.
Pure se gioco a biliardino.
Pure se scherzo con gli amici che sono lì per lo stesso mio motivo. Commemorare.
Pure se nel frattempo vedo la Roma schiantare il Milan con uno dei gol più belli che ricordi.

Quel gol l'ha fatto Miralem Pjanic. E voi direte esticazzi so' calciatori i soldi viziati il suv le veline la bamba a lavorare andate a lavorare.
No. Miralem Pjanic è bosniaco, ed è cresciuto in Francia perché la sua famiglia è scappata dalla guerra nell'ex-Jugoslavia, una famiglia sfollata come la mia.
Miralem Pjanic è portatore sano di testimonianze di guerra, è stato educato come lo sono stato io.
Ha vissuto indirettamente la guerra e, idealmente, ha voluto omaggiare il 25 aprile con un capolavoro calcistico.
E lo so, il paragone è altamente blasfemo, ma quando Miralem mi ha serpentinaggiato tra le maglie rossonere io ho pensato questo.



Il 25 aprile è il veicolo per ricordarci che abbiamo una Storia Esemplare.
Di cui essere orgogliosi.