sabato 9 agosto 2014

SLOW BEACH

Ora

...F-F-F-F-F-ORZAAA RAGAZZI FATE L'AMORE NON FATE LA GUERRA! IL VOSTRO DJ HERPEEEES DIRETTAMENTE DA CASTIGLIOOONEEE MESSEER MAAARINOOO VI FARA' SCATENAR.. EHI BELLA BIONDINA, SAI COME DICE IL PROVERBIO? BELLA BIONDA BEATO A CHI SE LA... E IL-IL-IL FINAAAALE NON SI PUO' DIIIREEE. FORZA A TUTTI I MASCHIETTI O-LE-LE O-LA-LA FACCELA VEDE' FACCELA TOCCA'!...”

Ma dove sono capitato, mi chiedo.
Ma uno si può rilassare, mi chiedo.
Ma dove minchia è finita la gende normale, mi chiedo.
Pensavo di essere in Abruzzo e invece mi trovo nell'Abruzzo che scimmiotta la Romagna che scimmiotta Ibiza, non quella spagnola, ma un'ipotetica Ibiza al Mare in provincia di Vibo Valentia (col massimo rispetto per la movida della costa vibonese).

Leggerò un po' il libro. “Ma che cazzo te leggi, ci sta il karaoke, troppo fregno!”
Proverò a fare un bagno, via giù. “Quale nuotata, devi stare sul bagnasciuga seduto sulla sdraio con il mojito in mano e fare commenti senza senso sulle pseudo-fregne che passano!”
Prenderò il sole. “Che te metti la crema?! Ahahaha come li vicch!”
Magari mangio qualcosa. “EH? Un pacchetto di patatine e una birra 9 euro?”
Facciamo un sabbione (leggasi partita di calcio)? “Che? Ma tu si scem, c'è l'aperitivo on the beach con spritz a soli 6 euro, cubiste scazzate e musica improbabile a tutto volume che te rincojonisce in mezzo minuto, non lo possiamo perdere!”.
Farò un pisolino. “FFFFFFORZA! VIETATOOO DORMIREEEE! TUTTI A BALLAREEE COL SINGLE PAAARTY! TUTTI I SINGLE DEVONO B-B-B-BALLARE E CONOSCEREEE SEDUCEEENTI DONZELLEEEE!” 
Ma io voglio dormì!
N-N-N-OOOON SI PUOOOOOOO!”

Condannato al divertentismo coatto (qui la parola coatto, che sia aggettivo o sostantivo, è da declinare in tutti i suoi significati).
Vorrei un po' di pace, vorrei farmi li cazzi mia, ma... “Ma a Ibiza fanno così!”
Ma a me Ibiza fa cacare.
Mi sento fuori luogo, fuori contesto, un pesce fuor d'acqua perché in acqua c'è un dj che pompa musicademmerda e un vocalist che urla frasi sconnesse come un ossesso.
Non è mare, non è più il mio mare.
Come nostalgicamente l'ho sempre ricordato.

Prima

Che poi quando ero piccolo e leggevo, anzi divoravo, Topolino su Topolino, l'idea iconica d'estate era la pubblicità del Calippo (e non fate battute, cretini) su quel giornalino: semplicemente delle palme, una spiaggia, il mare e quella ancestrale conoscenza di posti esotici, delle Maldive, Seychelles, Polinesia, insomma Tropici e Caldo, senza Messico, senza nuvole.
Io invece andavo al Lido Riccio.

Mi sa che ho sbagliato pubblicità


Mano fuori dal finestrino, acchiappando il vento, guardo dal basso del mio metro e un barattolo il cielo terso e sempre più blu, che ai tempi non era una canzone ma una tipica domanda scassaminchia per mia madre: “mamma perché il cielo è sempre più blu? Mangia scimunito!” e via coppino in testa.
Non mettere la mano fuori il finestrino! Che poi passa una macchina in senso contrario e ti stacca il braccio e poi lo andiamo a raccogliere a Cuppitell!”

Bravissimo! Quello è un cavallo! Un punto per Antonfabio!
Pfffff, vabbè, mi accontenterò del cielo e di parlare a vanvera, facendo domande ed interventi a vanvera: guarda una pecora, un cavallo, guarda la casa di quello dell'Inghilterra che viene in vacanza qua come si chiama? Robert. Ah, vero, Bomber. Dov'è l'Inghilterra? È bella l'Inghilterra? Ci andiamo in Inghilterra?, perché sbagliano a mettere il volante in Inghilterra? guarda un'Alfa Romeo (non so il motivo, ma da bambino conoscevo tutte le automobili, ora faccio fatica a distinguere una Punto da una Lamborghini), guarda la vite la vite e la vite l'è bela.
Lo sguardo di mia madre dice tutto. O per lo meno "come si spegn' fijim".
Poi crollo, colpito da narcolessia infantile e me schioppo un 10 minuti di sonno, a mo' di siesta. Sarà che la Volkswagen Scirocco arancione di Zio Emilio mi culla e mi inonda di brezza e di estate, facendo leva sul nome ventoso.



Arriviamo al nostro stabilimento, un hotel, l'Hotel Katia, che ha più un nome da motel di battone sulla strada della bonifica, ma tant'è.
Ho il mio secchiello e la mia paletta, gli altri tre, mia madre, mio zio e mia zia tutto il resto, tipo un punto vendita Giochi Preziosi, da portare preferibilmente con carriola.
Ombrellone.
Domandone.

Posso fare il bagno?

No, devi aspettare tre ore tre (anche se hai mangiato mezzo tozzo di pane), devi digerire ché l'acqua è fredda  e poi arriva al pancino e ti senti male, come è successo al (fantomatico) cugino di P'ppin di lu Firrar (nome fittizio) che è dovuto andare il bagnino a riacchiapparlo come un pescatore di frodo acchiappa un cannolicchio sotto la sabbia.
Insomma, fin dagli anni '80, c'è un virtuale cugino scemo di qualcuno (sempre lo stesso) termine di paragone dell'inettitudine alla vita. Lo stesso cugino scemo che ha perso l'occhio per un pezzo di carta sputato dalla penna, che si è tagliato con le forbici con la punta arrotondata e che una volta è morto.
Non sapendo quanto siano tre ore, gioco creando piccoli cantieri per la costruzione di castelli e edifici che hanno tutti una particolarità: crollano al primo muro abbozzato.
Nulla di diverso da un vero cantiere italico.
Oppure c'è l'opzione fare il buco per l'acqua, ovvero dover scavarescavarescavarescavarescav'resc'v're per trovare l'acqua. Di solito scavo così tanto che mi vengono a riprendere speleologi di fama internazionale. Più semplicemente mi alzano dalle orecchie, un'orecchia per parte, mi' madre e mi' zia e giù mazzate e minacce sulla possibilità di futuri bagni in mare.
Posso fare bagno? No. Ora? No.
Pffff. Và, giochiamo con i mammocci (pupazzi) dei Cavalieri dello Zodiaco, inventando la saga dei “Cavalieri dello Zodiaco VS i cavalieri della costellazione dell'arrosticino incattiviti dall'aspettare di farsi il bagno”

Mannaggia sanda! Vulem fa lu bagn!

Oppure ci si ingegna e si cercano bambini che giocano. Io non chiedo di giocare ché mi vergogno e aspetto fermo come uno stoccafisso guardando a testa bassa la sabbia e facendo il bimbone che più speciale non si può.
La scena che si crea è pressapoco questa (trentesimo secondo di video):



Posso far... NONE(il none in abruzzese è il rafforzativo del no).
Segue sguardo da Gatto con Gli Stivali.
Forse mammuzza cede.
Dai corri fino a lì e torni qui, fallo per 10 volte.
Dove il lì corrisponde a circa mezzo chilometro di distanza.
Il piccolo me, paffutello e già (in)sofferente a qualunque sforzo aerobico, corre corre corre come un piccolo Foresto Gampo dell'Adriatico, ansimando e rischiando un prematuro infarto, ché a quanto pare sarebbe più figo morire a quattro di spade faccia sulla sabbia colpito da collasso cardiorespiratorio che in mezzo all'acqua sotto i colpi di una congestione (“Sà mio figlio è collassato in spiaggia. Eroe! Vs “Mio figlio ha avuto una congestione in mare. Che mezzasega!”).

Bagno bagno bagno bagno bagno

Quando riesco a finire la mezza maratona avrei bisogno di sali minerali, invece è l'agognata ora del bagno. Da fare con l'acqua che ti arriva sugli stinchi, i “nooooo nell'acqua alta” (il concetto di alto è molto aleatorio) e con la supervisione di mamma e zia che alla prima infrazione urlano il tuo nome, facendo sapere a tutta la spiaggia che hai osato bagnarti i femori.
Finisco il bagnetto e si mangia o focaccia/pizzetta, comprata poco prima al forno, o gelato Motta, cercando di ottenere il maggior rapporto quantità/prezzo.
E poi si sta sotto l'ombrellone, in silenzio, senza trambusto, godendo del mare, senza selfie alle gambe/wurstel, senza dj e vocalist che te rincoglioniscono e il divertentismo forzato che ne deriva.

Il mare, la spiaggia, erano una sorta di spontaneo rifugio del corpo e dell'anima.
Cerchi pace, la trovi, ti ristori, ricominci in seguito con la vita non estiva di sempre.
Poi ovvio che non tutti vogliono rilassarsi al mare, che non a tutti faccia schifo la combo dj-vocalist-musica del cazzo a tutto volume.
I gusti son gusti.
I miei son questi.
Si sta perdendo (non dappertutto) il mare come lo conoscevo io.
Quello "lento".
Lo slow beach.
Tiè senti che neologismo.

sabato 26 aprile 2014

IL 25 APRILE, PRATELLO

Che poi sta festa me la ricordo dalle elementari.
Si inaugurava la lapide dei caduti del mio paese.
C'era la mia classe, c'era la classe di mia madre, allora ancora maestra, c'erano tutte le classi, ovviamente.
C'è anche il nonno lì”, mi disse mia madre.
Mio nonno, suo padre, è morto nel 1943, a causa di una mina, mentre lavorava la terra, mia madre aveva due anni.
Nonno Nicola è per me la foto sulla sua tomba e lo sguardo di Mamma che lo prega in silenzio e che ancora oggi lo va a pregare.
Siamo stati sfollati io e tuo padre, ma poi la guerra è finita e siamo tornati a casa”.
La casa non c'era più, non c'era nulla, un paese e un territorio distrutto, devastato, da bombardamenti e combattimenti casa per casa, terreno per terreno. Fino a pochi anni fa c'erano ancora le cave dove ci si rifugiava durante i bombardamenti.

Mio padre me l'ha sempre raccontata la guerra, i suoi ricordi, Fritz il soldato tedesco con cui aveva fatto amicizia, le SS che erano teste de cazzo e menavano, nel migliore dei casi, botte da orbi, così, perché erano e rimarranno teste de cazzo, lo sfollamento nell'entroterra abruzzese, il freddo, la fame, i soldati alleati nascosti dalla mia famiglia, il papà adolescente che tagliando per fratte aiutava i suddetti soldati a scoprire gli avanposti tedeschi.
La guerra l'ho avuta a casa.
E, mesi fa, per caso, su Rai Storia, ho visto un documentario su la guerra a casa mia, e c'era mi padre che raccontava e raccontava e io già le sapevo 'ste cose, ma mi commuovevano lo stesso.




Mi riprendo dalla sbronza della sera prima, bevo caffè, mangio, cazzeggio, ridormo, se non fosse che è il 25 aprile non uscirei.
Il punto è che il 25 aprile e voglio uscire.
Voglio andare al Pratello, mi voglio prendere una birra, stare dal pomeriggio a notte fonda a parlare, sentire musica, sentire i miei amici che mi dicono auguri! buona festa della liberazione!, sentire testimonianze di quel periodo, vedere mostre, vedere documentari, vedere tornei di briscola, parlare con perfetti con sconosciuti alla fila del cesso (e, nel caso specifico, non pisciare per strada che oggi non piscio per strada, oggi no), sentire il fricchettonismo maledetto mischiarsi con i vecchi partigiani con i loro fazzoletti, mano nella mano con i nipoti.
E immaginare che a quei nipoti raccontino quello che mio padre mi raccontava.
Educarli alla resistenza, educarli alla storia, la nostra storia, educarli al bene affinché nel futuro il bene si compia, in contrapposizione al male assoluto di quegli anni.
Si cresce così.
Io, senza quei racconti, non sarei quello che sono.
Non avrei lo stesso rispetto per concetti astratti come umanità, eroismo e coraggio.
Anzi, non avrei mai conosciuto questi valori.
Il 25 aprile, a Bologna, al Pratello, io commemoro, a modo mio, chiaro, questi valori.
Pure se gioco a briscola.
Pure se gioco a biliardino.
Pure se scherzo con gli amici che sono lì per lo stesso mio motivo. Commemorare.
Pure se nel frattempo vedo la Roma schiantare il Milan con uno dei gol più belli che ricordi.

Quel gol l'ha fatto Miralem Pjanic. E voi direte esticazzi so' calciatori i soldi viziati il suv le veline la bamba a lavorare andate a lavorare.
No. Miralem Pjanic è bosniaco, ed è cresciuto in Francia perché la sua famiglia è scappata dalla guerra nell'ex-Jugoslavia, una famiglia sfollata come la mia.
Miralem Pjanic è portatore sano di testimonianze di guerra, è stato educato come lo sono stato io.
Ha vissuto indirettamente la guerra e, idealmente, ha voluto omaggiare il 25 aprile con un capolavoro calcistico.
E lo so, il paragone è altamente blasfemo, ma quando Miralem mi ha serpentinaggiato tra le maglie rossonere io ho pensato questo.



Il 25 aprile è il veicolo per ricordarci che abbiamo una Storia Esemplare.
Di cui essere orgogliosi.



                          

venerdì 4 aprile 2014

DO YOU KNOW BERTINOTTI? UNA STORIA VALENCIANA

A me fa male Wes Anderson. Mi ha sempre fatto male. Mi ha dato un immagine distorta della vita.
In questa storia ci sono il romanticismo alla Wes Anderson, Valencia, il Vivident Xylit, Bertinotti Fausto e un quasi mio arresto.
Ma, fondamentalmente, è il racconto della passeggiata notturna più bella ed assurda della mia vita.

Guardo quella finestra al secondo piano da ubriaco.
Ah, che bello l'amore, che bello, la vita è meravigliosa, le rose sono in fiore e io sono davanti ad uno studentato dell'Università della Florida, proprio di fronte Torres Serranos, uno studentato megagalattico che spacca i culi a tutti gli studentati della penisola italica (no perché 'na volta ce so' pure entrato, Thanksgiving day, eh sfigati, voi l'avete mai fatta una festa del ringraziamento con degli ienchi? Io sì), alle 4 di notte, guardando una finestra chiusa, ma chiusa bene eh.

Aaaahh, sospirone.
Che bella l'America, che belle le americane. Che bello fare un serata così, parlando di noi, delle nostre vite, così diverse, ma così interessanti, guardandoci negli occhi, emozionandoci, confrontandoci sulle nostre storie di vita, sull'Italia, gli Iu-e-6, così, un po' brilli, un po' innamorati, dall'alcool, dalla vita, dalla giovinezza primavera di bellezza, come diceva nonnò.
E poi quel bacio, così appassionato, così bramato da entrambi, così magico, come questa notte autunnale valenciana.
Ah, se penso a queste ultime ore, ed io che guardo la finestra della mia futura moglie ammerrigana, futura madre dei miei sons, che mi ha sfidato e io m'a so' magnata, gnam.
Ah l'amore.

Ah, traduzione della serata appena passata per i non presenti in quella serata, ovvero tutto il mondo tranne me stesso:
incontro con americana per cui stavo sotto che cercava posto in cui fumare un narghilé, posto che solo io conoscevo;
trovato posto, il posto era chiuso. La faccio bere, spendendo tutta la borsa Erasmus nell'intento di farla ubriacare, non abbastanza a quanto pare;
entrato in un locale fighetto per farla contenta, con bottiglia di vodka (presa per il motivo di cui sopra) fatta entrare non so come (e vabbè le battute se sprecano a 'sto punto) e continuando a bere come non ci fosse una mañana;
accompagnata a casa, ovvero il suddetto fantasmagorico studentato floridese, con l'appoggio di tutte le amiche brutte americane che fomentavano l'accoppiamento tra di noi, giovani virgulti italo-americani;
Nun me guardà così, io ci ho provato
intortata per non farla subito scappare a casa, visto che lei era una mezza fricchettona democratica vegetariana maledetta, con argomenti come il Che, Fidel, la Crisi dei missili, Kennedy era una brava persona, no guarda il comunismo in Italia non è quello che pensi te come quello dell'Urss, io a Berlinguer ci voglio bene, Berlusconi fa schifo, ora c'è Bertinotti, do you know Fausto Bertinotti? (ora, io sfido a trovare una, e dico una sola, persona, che ci abbia mai provato con una tipa usando Fausto Bertinotti, per me, ad honorem, sono 96 minuti di applausi di fila).
La risposta è stata ovviamente no, le palpebre un po' ubriachelle un po' assonnate dicevano “ma te ne vai via di culo?”. Ergo, butto la lingua oltre l'ostacolo e le meno un ciuccione a sorpresa, con lei che ritraeva la testa all'indietro, non abbastanza ché c'era il muro dello studentato americano floridese fantasmagorico, anche il muro fantasmagorico ha 'sto studentato, sì.
Ri-ergo, dopo cinque secondi di bacio, sovviene e mi dice “no, non posso ciaociaociao buonanotte” e scappa dentro, a casa sua, la tro.. futura wife.
Io rimango lì imbambolato, più per la sbronza che per altro, ma mi piaceva pensare al fatto che sì daje sono innamorato e occhi a cuoricini e vacanze a Miami Beach a palle all'aria tutto a scrocco tutto pagato.
Erano i film di Wes Anderson che mi imponevano l'innamoramento.


Devo arrivare a Plaza Honduras, una bella scarpinata (Google Maps mi dice 3,9 km e 50 minuti a piedi e io dico minchia quanto ho camminato, visto che ho pure allungato).
Bene. Prima tappa, Pont de Fusta, un centinaio di metri, in slow motion, tipo Gwyneth Paltrow che scende dal bus nei Tenenbaum e Luke Wilson che te guarda, solo che io non sono Margot Tenenbaum e nun me fissa un cazzo de nessuno.
Inebriato, questo vero, dalla suggestione che in Erasmus devi vivere la conoscenza esotica dell'amore, il corteggiamento, l'innamoramento, lo scopamento.

Suggestione da Erasmus che, effettivamente ti fa vivere quel momento così, come unico nella vita, cioè per dire se passavo da ubriaco il Ponte Matteotti alle 4 di notte dopo aver preso un due di picche da una sboldra floridese me dicevo “ma porca troia per colpa de 'sta 'mbecille anche stasera seghe”. A Valencia no, a Valencia in Erasmus, e a ragione, sei felice, scemo ed inebriato.

Mi fermo a metà ponte, nelle orecchie questa canzone che posto qui sotto, che sento ogni giorno fino allo sfinimento.


Guardo il Turìa e penso: cazzo sei bella Valencia, stanotte poi.
Suona il cellulare. Sticazzi non rispondo.
Ah, l'amore.
Mi avvio alla cazzo di cane, senza meta, più o meno so la direzione, seguo la strada e vedo 'ndo mi porta il cuore.
Eh, 'ndo mi porta? Boh.
Cammino cammino e vedo palazzi e zone a me sconosciuti.
Arriva un messaggio:
A Frappa (soprannome dell'epoca) 'ndo cazzo stai. Se te stai a schioppà l'americana bella ppe' te, sennò viè a Pollo e Perolone (Calle Polo Y Perolon, via di locali erasmus, ribattezzata dalla cumpa simpaticamente così)
L'americana a quanto pare non me la sto schioppando, sarà sicuramente la madre americana dei miei figli italo-americani, ma no, a quanto pare no, non è qui con me in una via ics di Valencia a copulare selvaggiamente sospinta dall'amore.
Arrivo anche se non so 'ndo cazzo 'sto”.
Cazzo! Primado Reig! Questa via la conosco. Ce sono venuto ad un paio de feste. Ora, destra rotonda ancora destra Blasco Ibañez Polo Y Perolon. Ce l'ho fatta.

Ha-Ha-Ha-Hammarby!”
Sento cori da stadio in idioma a me ignoto.
Mi giro e vedo tre biondi di 2-metri-e-0-5 che, fomentati, e smanacciando a mò di coro della curva sud, mi si avvicinano.
Parlando in, poi lo scoprirò presto, svedese.
Sei di Stoccolma?
No, so' abbruzzes.
Do you know Abruzzo?
No.
Tra l'altro, una bellissima felpa
Vabbè, il nocciolo della questione è che pensano sia svedese per via di una felpa, comprata a Stoccolma, di una squadra di calcio, l'Hammarby (squadra sfigatissima, tipo uno svedese che va in Italia con la felpa del Chievo Verona e viene fermato a Catanzaro da tre ultras del Chievo).
Loro erano 3 dei 7 ultras totali dell'Hammarby.
Noooooo, sei un mito!!
Mi acchiappano e mi alzano dalle 'recchie tipo champions league e sono baci, abbracci, foto, selfies prima della moda selfie, gimme five all right, legen-wait for it-dary, genio, idolo, ti offriamo a bere, 'ndo vai, vieni con noi, andiamo a fregna, hai amiche meglio se italiane, ce le presenti, grande, idolo, tutta la notte coca e mignotte.
Sballottato da cotanto ingiustificato entusiasmo cerco di giustificare il mio stato emotivo “ma io so' innamorato, my future american wife of flo..”
Schiaffone in testa, grasse risate “mavatteneaffanculo!” (o almeno, me l'hanno detto in svedese, ma il senso penso fosse proprio quello).
Apposto, andiamo a Polo Y Perolon con gli amiconi ultras.
Avevano alcune birre, me le offrono, parliamo.
Il più silenzioso, o meglio, il meno esagitato dei 3, mi dice:
Sai, io sono famoso in Italia”.
Me lo guardo, con un misto di sufficienza e compatimento della mitomania.
Ah, bravo campione, sei forte!” (dentro di me pensavo: ma chi cazzo sei e perché famoso? Chi sei? Il cugino di Ibrahimovic?)
La fatidica frase che cambia le prospettive della serata, che mi ha permesso di conoscere il vip più vip della mia esistenza (e aggiungerei me cojoni che vip) è questa:
Ho fatto uno spot del Vivident Xylit, solo per il mercato italiano”.
Silenzio. Mi fermo. Lo squadro per alcuni secondi.
Mmma tutututu sei quello con i denti bianchissimi in Finlandia che je sparano nelle chiappe?” (detto in italiano)
Sì, sono io”.

                                                       Proprio lui

Si ripete la scena di cinque minuti prima, al contrario: mi butto addosso al malcapitato, urlando GEEEEENIOOOO!, cercando di buttarlo per terra e alzandogli le labbra per vedere se è vero che i denti dei finlandesi (in verità svedesi) sono bianchissimi.
In verità, in verità vi dico che nello spot c'erano effettoni speciali. I suoi denti erano normali, niente de che, bianchi ma non quel bianco fosforescente che al buio dovrebbe illuminare la via.
E quindi niente, il tipo del Vivident fa l'Erasmus con me, è svedese se non si era capito, studia boh, qualcosa, ha fatto quella pubblicità, interamente svedese, per caso, in quanto non attore professionista, la tipa dello spot a suo dire è una milfona e il fatto che l'ambientazione sia finlandese lo fa incazzare di brutto brutto eh.
Grande, non vedo l'ora di farlo conoscere a tutta la cumpa.
Arriva altro messaggio:
Aò, annamo ar Rastro che dovemo comprà du' bici. Raggiungici là. Ciaciacia.”

Il Rastro è quel mercato gestito per la maggior parte da zingari (gitanos), tecnicamente clandestino, che si fa il sabato notte a Valencia, di fianco lo Stadio Mestalla, pieno quartiere universitario.
Vendono di tutto: noi di casa abbiamo comprato ferro da stiro non funzionante, televisione 18 pollici non funzionante ed eravamo in trattativa per un frigorifero sicuramente non funzionante che però avrebbe dato un tocco chic all'ambiente domestico.
Il non plus ultra dell'offerta sono le bici rubate, di tutti i tipi, tutte le marche, tutti i colori, una marea di bici, mica il tossico che ti chiede per strada “oh, tipo, bici? Fumo? Keta? Hai spicci? Una sigaretta?”, nono, qui c'è professionalità.
Anni ed anni di sano mercato abusivo, che nessuno mai si sognerebbe di interrompere.
Fino a stanotte.

Arriviamo dopo circa venti minuti con i miei amici del cuore svedesi, il mercato è pieno ed in pieno fermento, come sempre.
Dei miei amici nemmeno l'ombra. Dove sono? Amiciii? Dai non mi fate gli scherzi che vi nascondete. Amici? Niente.
Mi giro e vedo gli svedesi buttati a pelle di leone su un gruppo di italiane che bevono in mezzo al piazzale e che guardano la mercanzia, non una metafora della mercanzia maschile, no, proprio quello che vendono i gitanos.
Provano ad attaccare bottone, con scarsissimi risultati.
Mi appropinquo alle tipe e esordisco con il solito ed inflazionato: “siete italiane?”
E loro con aria scocciata mi dicono che sì sono italiane in vacanza, di Barletta e che siamo il trentesimo gruppo di maschi non alfa infoiati che provano ad abbordarle. Poi io sono italiano, il che è peggio.
Il colpo di genio, in questo caso, è rivelare l'identità del noto attore di spot di chewing gum senza zucchero.
Ed è subito il Carnevale di Rio.
Le tipe impazziscono all'unisono, neanche andassi in giro con Brad Pitt, quello di Elisa di Rivombrosa che nemmeno mi ricordo il nome e Marco Borriello.
Oddio, moh, Rousa lo vedi? È proprio lui! Lo vedi! Mè è che emouzioune! Quando torniamo a Varletta lo dico a Pinuccia che quella mi schiatta d'invidia proprio!”.
Foto. Baci. Ammiccamenti vari.
Io ovviamente sono escluso, in quanto non attore di spot, dalla combriccola.
Il tipo sommerso (e non abituato, me sa) dall'affetto femminile italico, fa in tempo a dirmi “grazie! Grazie tanto! Non mi era mai successo! Grazie, grande! Ci vediamo settimana prossima alla Bodega Fila! Mi raccomando, ti offro a bere tutto quello che vuoi! Grazie graz..” e viene inghiottito dalle muliere sudiste.
(Non lo rivedrò mai più. Mai. Nemmeno per sbaglio).
Non so nemmeno il suo nome (e tutt'ora lo ignoro), ricordo solo le sue gengive e i suoi denti. Belli ppe' carità, ma non è che mi faccio mostrare le gengive da tutti i biondi simil-svedesi che studiano a Valencia.

Incontro, dunque, Amico Altissimo, unico amico della cumpa rimasto nella piazza.
E gli altri?”
Sono andati al pronto soccorso che la tua coinquilina è caduta all'indietro e si è spaccata la coccia”.
Dioboni.
Ennesimo messaggio sul cellulare:
Aò a Frappa, stamo ar pronto soccorso che 'a tu' coinqulina è caduta 'mbriaca all'indietro sbattendo la testa. N'te preoccupà, sta bene. Io stavo a parlà con una turbofregna svedese, ma ho dovuto accompagnare Coinquilina, mortacci sua!”
A quanto sembra, è la serata del gemellaggio sessuale Italia-Svezia, oltre che quella del gemellaggio (più che gemellaggio pare 'na parentela alla lontana), non sessuale, Italia-Usa.
Amico Altissimo mi convince a comprare una bici perché allora lui ne ha già una però la vuole cambiare quindi quella sua va a me e quella che compreremo va a lui. Insomma mi stupidisce di chiacchiere e accetto.
Andiamo, trattativa lampo, 20 euri e bici comprata.
Oh finalmente ho una bici anch'io, mi allontano dal piazzale fischiettando raindrops keep fallin on my head, direzione pronto soccorso.

Quando all'improvviso, rumore di sirene poliziesche, a tutto volume, 2/3 volanti più una macchina in borghese e mi ricordo pure la macchina, una Ford Mondeo grigia metalizzata.
Questa minchia di Ford Mondeo si dirige ad altissima velocità verso il sottoscritto, sottoscritto che guarda la scena a bocca aperta, come una baccalà, basito F4.



Il simpatico poliziotto (faccia di cazzo) frena ad un centimetro dal mio corpicione immobile a mò di statua di sale.
Deja la bicicleta!”
Lascio la bicicletta, la faccio cadere a peso morto per terra.
Cioè nonono, momento, momento, mooomento, momento.
Cioè fanno 'sto mercato da decenni, la polizia non se lo è mai inculato de pezza e quando fanno un retata, per altro molto spettacolare?
Due minuti dopo che io compro la bici.
(ancora oggi, pensando a quella scena, bestemmio in aramaico antico)
Il superpoliziotto mi prende sotto braccio e mi porta dai colleghi, cazziandomi neanche fossi un bimbone speciale che fa una marachella speciale:

Lo sai che non si rubano le bici?”
Sì ma io non l'ho rub...”
Potresti finire nei guai, lo sai?
L'ho comprata la bi...”
Di dove sei, eh? Rumeno? Tunisino? Marocchino?”
Abruz...”
Ora ti faccio passare io la voglia di rubare!”

Vabbò allor parla solo tu.
Fatto sta che, a fatica, riesco a spiegare che non sono un ladro seriale di bici e ferri da stiro e che quella bici l'ho comprata, senza scontrino e niente fattura, però non l'ho rubata.
Ok, 'ste cose non si fanno, le bici rubate non si comprano, non è così che gira l'economia, se non quella sommersa, in questo caso elettrodomestici e bici di contrabbando.
Ma, perdindirindio, proprio a me devono succedere 'sti fatti?
(I know, tipico discorso italiota scarica-barile, ma sul momento maledicevo il destino porco bastardo)
Mettono la bici, che tra le altre cose, non è destinata a me, sul camioncino carica bici e mi sfanculano, ammonendomi: “alla prossima volta non la passerai così liscia!”
Il Terrore della Maiella.
Torno da Amico Altissimo e decidiamo il da farsi.
Ma perché no, facciamoci prende per culo un altro po' dalla guardia civil.
Torniamo dalle guardie e imploriamo, tipo sceneggiata napoletana, di ridarci la bici.
Il Mariomerolismo applicato all'acquisto di contrabbando.
Al posto del film O'Zappatore, va ora in onda,

O'Ciclist.

Felicissima notte
a tutte 'sti signure in divisa
e a chesta cummitiva accussi allera
di poliziuotte scicche e gitane pittate
chest e' 'no mercato decoroso
tutte cu 'e divis di poliziuotte 'sti signure
e' i' ca so' sciso 'a coppa dall'Italia bella
senza cerca' o permesso compro i' pure
chi so che ve ne 'mporta
aggio araputa 'a porta del vostro cuore
e so' trasuto cca'
musica musicante (c'era un'orchestra di musicisti rom, per l'occasione)
fatevi mordo onore
stasera miezo a st'uommene aligante
abballa un ciclista senza biciclett'
no signore guardia
sentite a me nu ve mettite scuorno
io pe' ve fa' signore aggio pedalato
e sto' pedalando ancora notte e ghiuorno".

"ridaaaaaamm 'a biiiiiiiiiiiiciiiiiiiiiiiiii"


Di tutta risposta, la polizia, inizia a apostrofarci con Volare oh oh volare oh oh oh, italiannini, checazzzodicce (con inequivocabile gesticolare) e capuccinno.
Mancano solo un mandolino, una pizza, un piatto di pasta e Sofia Loren.
Degli stereotipi viventi.
Insistiamo, al che lo sbirro più cattivo (ché in questo caso ci sono lo sbirro quasi buono, quello che te pija ppe' culo, quello cattivo e quello più cattivo) sbrocca come i regazzini e ci minaccia nemmeno troppo velatamente.
MI AVETE ROTTO IL CAZZO! ORA MI DAI I DOCUMENTI! TI BECCHI UNA BELLA DENUNCIA!”
(da notare il passaggio da il VOI mi avete rotto il cazzo al TU ti prendi la denuncia)
Ehm, non ho i documenti”.
(mani in faccia della guardia, come per dire “ma chi cazzo è 'sto cojone, tutte a me capitano, ma non potevo fare il ragioniere come diceva mia madre?”)
vabbè dimmi il tuo nome”.

Non so perché, non mi chiedete il motivo, ma mi è venuto in mente questo nominativo:
Felice Mastronzo.
Nei cassetti della memoria arriva sempre il momento in cui devi fare i conti con le cazzate che ricordi, o spari a capocchia.
Felice Mastronzo, da quello che rimembro, era un ospite del Maurizio Costanzo Show, ospite proprio per quel motivo: il nome da scemo.
Ecco, io senza pensarci per una notte sono stato Felice Mastronzo, o, più semplicemente, per gli amici, Stronzo.
E vai di cavolate: nome padre? Calogero. Nome madre? Addolorata. Indirizzo? Calle de Esta Polla 23, e via dicendo.

Ovvio, mi volevano far cacare sotto, mica arrestare, ma resta il fatto che erano una banda di poliziotti mastronzi.
Mi ridanno foglio di denuncia, con i suddetti dati falsi (che posseggo ancora gelosamente attaccato al muro vicino alla laurea), e mi dicono:
se rivuoi la bici porta lo scontrino della bici al nostro deposito”.
Allor si scem.
Se ti ho appena detto che l'ho comprata qui.
Scuoto la testa e addio bici ciao.
Io e Amico Altissimo ce ne andiamo con le bici nel sacco.

Decido di tornare a casa mia, vicina comunque al luogo della più grande retata di elettrodomestici e bici rubate della storia della Penisola iberica.
Senonché, vedo a poche centinaia di metri dal focolare domestico, un mio amico riverso su un cespuglio, mezzo tramortito, l'Avvocato.

mpffmpfm aiut'm mpffmpf uuuuhhaaaaaaaa (vomita) pippiacer uà mannaccia 'a marosk, accompagn'm dalla mia ragazza a cui voglio tanto bene e a cui ho messo le corna solo quelle 7/8 volte nei cessi dei locali di tutta Valenci, ià piffavor uuuuuhaaaaaa (rivomita)”.

(era oramai consuetudine accompagnare quel povero cristo ubriaco, ché si ubriacava alla seconda birra, a casa della fidanzata. A volte, se non lo vedevo, o ubriaco o riverso vicino casa mia, mi preoccupavo. Ma seriamente.)

Sai, oggi ho coronato il mio sogno d'amore con l'american...”
Mavafangul! Chell è 'na puttana! Pucchiacchia, ma puttana. Siend a me, lascia perdere, scopa più che puoi, quante ne puoi, bionde, bulgare, bergamasche, i'cuopp' di tutte le nazionalità. Sennò che cazzo sei venuto a fa?!”
Ma tu non sei fidanzato?”
Sì, infatti per me è diverso, io lo dicevo per te.”

Dopo questi sottili ragionamenti, lo lascio nell'ascensore del palazzo della tipa, ripiegato su se stesso come uno Startac primo modello.

Arrivo finalmente a casa.
Con, in più, una speranza d'amore, un amico pseudo-vip, una falsa denuncia della guardia civil e una perla di saggezza sul senso di quest'anno d'Erasmus.

Che poi c'è un motivo se lo chiamano Orgasmus.
Ed ognuno lo vive come meglio crede, molti si sentono costretti ad essere il tipico erasmus superficiale e interessato alla fregna. Altri, la minoranza, no.
Ma, credo che il senso sia quello. Vivere un anno diverso dagli altri, cercando di ribaltare, oltre che più donne possibili, la visione che si ha di sé stesso. Non essere il solito io, ma uno migliore, brillante, ecc. Un io diverso, all'estero, per un periodo limitato di tempo.
Tanto la vacanza di un anno finisce e tu ritorni ad essere lo stesso sfigato di sempre (e che hai continuato ad essere in Erasmus, solo non ne eri consapevole).



(per la cronaca: la coinqui stava bene, era a casa con una borsa di ghiaccio sulla nuca e se magnava pane e nutella; ho controllato su Youtube se lo svedese del Vivident fosse effettivamente quello che millantava di essere. Era lui; l'americana mi ha scaricato subito dopo con una mail dal titolo “Io ti voglio bene, ma come amichetto”. Mortacci sua.)

martedì 18 febbraio 2014

GRETA

...esser stronzi è dono di pochi
farlo apposta è roba da idioti...”

Ho sempre pensato che per un rapporto profondo tra due persone, il porsi in una determinata maniera, lo scrivere cose memorabili, belle, passionali qualunque sia la passione in questione, fosse imprescindibile.
Eternità. La scrittura, in ogni formato, rimane, ogni tanto si rileggono cose passate, proprie o meno, per scandagliare il futuro.
È in parte vero.
Anni fa giudicavo i rapporti soprattutto per il grado d'elevazione poetica e sentimentale che davano: un po' come il suogno di Crozza/Briatore. Devi vivere il suogno del tuop del suogno negli occhi dell'altra persona (non in quelli di Ana Laura Ribas). 
Soffrivo, in un certo senso, chi non riusciva ad avere la mia stessa fissazione verso la scrittura, chi non seguiva la mia stessa lunghezza d'onda, chi non fissava, per l'appunto, per l'eternità, cartacea o webbesca, il mondo che merita di essere raccontato a chi vuoi bene.
Ho 30 anni, l'età giusta per (ri)valutare l'azione, la sostanza, il gesto giusto nel momento giusto, l'aiuto non richiesto, il sorriso perenne di gente che sta con te e non ti chiede nulla in cambio, che è a suo agio e si taglierebbe un braccio solo per vederti sereno, anche e soprattutto se non te lo scrive. Mai.
Meno Vasco Brondi, più Johnny Palomba (non so perché Johnny Palomba, me dà affidabilità).
Meno forma, più sostanza.
Che poi oh, mica vivo sulla Luna, i bei gesti, significativi, li ho fatti anch'io.
Ma paradossale che la mia reprimenda verso la forma sia sottoforma di scrittura.


Oggi c'è il sole, primo giorno in cui non piove, non c'è il vento, quello bruxellese demmerda, “la bore”, celeberrima per quel suo cacarti il cazzo e gelarti recchie, viso e mani.
Dopo l'ultimo, breve ed intenso sclero, chiudo la porta lentamente, non uno sguardo, non un ultimo ciao.
Scendo le scale, esco dal portone e, impostato il Maps sul cellulare che sennò chissà 'ndo vado a finire, da Ixelles mi dirigo verso St.Gilles.
Questa volta il fesso sono stato io.
Un rodimento di culo alla Martellone che se sveja dal coma va di pari passo con uno strano senso di liberazione.
Cioè, come dire meglio così, ma magari la prossima volta evito di farmi salire istinti omicidi.
E, come al solito, ammazza che tempismo demmerda.
Il sole non riscalda per una sega, ma mette di buon umore e mi fa vedere Bruxelles con una luce nuova, anzi con una luce.
Forse un presagio, fatto sta che mi vibra il cellulare, un messaggio in italiano da un numero belga.
Ciao sono Greta, la ragazza italiana che stamattina ti ha aiutato a trovare il taxi, volevo sapere solo se avevi poi trovato la tua amica. Spero tu stia bene e sereno. Tornerai a Bruxelles prossimamente? Buon viaggio, baci Grè.”

E cu minchia è Greta? La domanda si erge spontanea.

Cerco di ricordare la serata: dall'una alle 7,30 di mattina, con un paio (o forse più) ore di buco di memoria, causa sbronza clamorosa.
Allora: stare con gli altri in pista, taac ce l'ho; vagare come una trottola da un bancone all'altro, pisciato dai baristi (pure da loro) al grido di “la birra è nell'altra sala” (la serata era in un posto gigantesco, nemmeno le ho contate le sale), taac ce l'ho; fraternizzare con persone a caso, di nazionalità a caso, taac ce l'ho; incontrare un abruzzese che studiava a Bologna e che mi si para davanti urlando il mio nome (e che mi fa controllare se per caso avessi un cartellino alla Ok il prezzo è giusto col mio nome, visto che ci ho messo 10 secondi per riconoscerlo), taac ce l'ho.
L'abruzzesità, come il love, is in the air e sconfigge sempre il male. Certo, comunicavo tipo Sloth dei Goonies, ma vabbè, non si può essere ogni volta foneticamente impeccabile.


ggghuee sorbruesa!


Flash.
Mi ricordo in mezzo alla pista di una tipa che mi placca, sussurrandomi in un orecchio “ciao, lo so che sei italiano, hai mica della droga?”, al che rispondo senza nemmeno pensarci “avrei tanto voluta averla”.
Lei, senza motivo, mi ringrazia, mi accarezza il faccino e mi bacia in bocca con un zinzinello di lingua. Il tempo di accorgermi che dovevo usare la “pierinesca” lingua a cavatappi, e lei si era già allontanata, facendo ciao con la manina.
Imbambolato dall'alcool, rimango fermo e basito.
Chi è che usa ancora la parola droga? Che tipo diddroga vuoi? MD, ketamina, marijuana, du' cartoni? Chi è? La nipote di Giovanardi?
Tutti se ne vanno, colei che ha subito il mio susseguente sclero, a quanto pare era sparita, credo con Mbumba il culturista gibutiano e Carlos lo spogliarellista portoricano e io, all'alba e a 2 ore a piedi da dove dormivo ero, diciamo, un po' spaesato, oltre che incazzato come Vittorio Sgarbi impegnato in un'amabile discussione con Alessandra Mussolini.
Saranno state le 6,30/7 del mattino, entravo ed uscivo dal locale. Dopo essermi definitivamente fracassato i coglioni, decido l'impresa: a piedi fino alla meta.
Faccio 200 metri, fondamentalmente un giro girotondo del locale, e l'impresa cambia: in taxi fino alla meta (e meno male che du'soldi li avevo). Oppure, opzione B, il vagabondaggio ramingo e disperatissimo nella periferia bruxellese.
Ma di taxi nemmeno l'ombra.

Ed è qui, che il ricordo illuminante arriva prepotente.

Mi siedo fuori il locale, ancora visibilmente ubriazzato (ovvero 'mbriaco e 'ncazzato).
Avessi avuto un cane di nome Kira, mi avrebbero scambiato per un punkabbestia terrone vissuto 10 anni in un posto occupato in Spagna.
Purtroppo, nessuno mi vede, nessuno mi dà due spicci messi male.
Chiudo gli occhi e appoggio la testa al muro.
- Ciao italiano!
Una ragazza si avvicina e mi si siede di fianco.
- ma bbb mmm. Farfuglio, sorpreso, dio solo sa che cosa.
- Sono la tipa di prima, ricordi? Greta, piacere.
Ed è pure carina, diodelladroga.
Mi chiede cosa sia successo, e vabbè io racconto, risparmiando i particolari più tragicomici della mia serata.
- Sfigato. Rideva.
- Dai ti chiamo un taxi, così puoi far rissa con calma.
- Hai usato un ossimoro.
- Un ossi-che?
- Niente.
Era con alcune amiche, va da loro, chiama il tassì, poi torna.
- Aspetto con te.
Siamo stati 5 minuti in silenzio, seduti ad aspettare. Io sempre appoggiato al muro ad occhi chiusi. Lei boh, avevo gli occhi chiusi.
- Sveglia! Oh il taxi!
Cazzo, mi ero pure addormentato.
Sciao morb'diss'mi!
Arriva quello che diventerà il mio grandissimo amico, Khaled, il tassista maghrebino esperto in problemi di cuore. Il Marco Predolin arabo. 
- Allora ciao, torna sano e salvo.
Mi bacia, mi sorride e se ne va verso le amichette, come abbia poi avuto il mio numero non me lo so ancora spiegare (ma, evidentemente, gliel'ho dato io).
Il viaggio con Khaled (e il punto interrogativo su in quale lingua abbiamo comunicato) ha raggiunto vette intellettuali di primissimo piano: il nostro accordo sul fine e delicatissimo pensamento de “li femm'n è tutt puttan” (ovviamente non lo penso, care amiche, ma è capibile che a caldo si dicano castronerie) meriterebbe una ricerca di dottorato.

Il rodimento di culo poi ha offuscato Greta.
Fino ad ora, ora che mi trovo quasi a St.Gilles dal mio amico (vero) che mi ospiterà l'ultimo giorno.

Che senso ha avuto questa serata?
C'è la forma e c'è la sostanza.
C'è chi ti conosce e parla, parla, parla bene, scrive meglio, e lo fa tanto per fare, ma non agisce o lo fa in maniera inquietante.
C'è chi non ti conosce, ti aiuta così, senza secondi fini, e senza motivo ti vuole bene, anche solo per 20 minuti.
La fiducia nell'umanità.
La banalità del bene.

Ovvero, li chiacchjr si li port lu vent (le chiacchiere se le porta il vento) e se si chiude una porta, si aprirà un portone.
La mia porta chiusa non era una porta “canonica”, bensì una di quelle porte girevoli degli hotel, che ti fa entrare ma potrebbe risputarti fuori in qualsiasi momento.
La differenza è che questa porta non era di un edificio vero, ma di una facciata bidimensionale, di cartapesta: entri, non vi è nulla dentro, ne vieni sputato fuori.
E, sicuramente, Greta non è proprio il portone che si aprirà, ma, anche se dice droga e non sa cosa sia un ossimoro, rappresenta il simbolo di quello che, innatamente possiamo fare per l'altro. A maggior ragione, per chi si vuole bene.
Un sintomo, insomma, dei prossimi portoni.
La sostanza, l'azione che supera l'ipocrisia che le fa da contraltare.

Penso a questo weekend, penso che mia nonna sapeva 'na freca di proverbi, e mi avrebbe detto che non tutti i mali vengono per nuocere.
Dal letame nascono i fior e dalla testadicazzagine, dalle incazzature e dal sentirsi preso per culo nascono gentilezza, empatia (mi sa che si nota che mi piace la parola empatia) e perché no, in una determinata declinazione, amore.

Arrivo a casa del mio amico.
Apre:
- Efess, tand lo sapevi già come andava a finire.
- In parte sì.
- Seee in parte, entr pingò.